Spread the love

Tribunale di Rimini – Giudice per l’Udienza Preliminare, sentenza n. 355 del 12 luglio 2016

*** *** ***

Oggetto del provvedimento

La sentenza in commento affronta la questione del ruolo esercitato dai membri del Collegio Sindacale in relazione alla possibile configurabilità di una responsabilità per il delitto di false comunicazioni sociali in concorso ai sensi dell’art. 40, c. 2 c.p. con i componenti del Consiglio di Amministrazione di un istituto bancario.

*** *** ***

Contenuto del provvedimento

Nel caso di specie, i membri del Collegio Sindacale di un istituto bancario venivano tratti a giudizio innanzi al Giudice per l’Udienza Preliminare di Rimini per rispondere di concorso omissivo nel reato di false comunicazioni sociali di cui all’art. 2622 c.c. nella formulazione antecedente la l. 69/2015 (fattispecie attualmente punita dall’art. 2621 c.c.) poiché i fatti erano risalenti agli anni 2009/2010.

Più precisamente, agli imputati venivano contestati due fatti distinti:

  • nel primo capo d’imputazione,di non aver vigilato correttamente sull’operato del Consiglio di Amministrazione, omettendo il dovuto controllo ed ogni attività di riscontro tra la realtà finanziaria e patrimoniale della società e la sua falsa rappresentazione nel bilancio chiuso al 31.12.2009, cagionando un danno patrimoniale alla società, ai soci ed ai creditori non inferiore all’importo di euro 18.096.868,00;
  • nel secondo capo di imputazione,di aver agito in concorso con i consiglieri di amministrazione – i quali, nella relazione semestrale del 30.06.2010 esponevano fatti materiali non rispondenti al vero – poiché non avevano vigilato correttamente sul loro operato omettendo il dovuto controllo ed ogni attività di riscontro tra la realtà finanziaria e patrimoniale della società, così cagionando un danno a società, soci e creditori non inferiore a euro 10.342.000,00.

Inoltre, facendo riferimento alla formulazione previgente dell’art. 2622 c.c., si contestava in entrambi i casi il superamento di tutte le soglie di punibilità ivi contenute.

L’indagine, condotta dalla Guardia di Finanza, traeva origine dai rilievi mossi dai Commissari Straordinari inviati nella banca a seguito di una segnalazione di Banca d’Italia: più specificamente, nel corso dell’ispezione, veniva accertato un deterioramento di alcuni crediti non correttamente indicato a bilancio, che aveva condotto a sofferenze, rispetto alle apparenti risultanze aziendali, di oltre 80 milioni di euro.

La Guardia di Finanza procedeva, quindi, a verificare se le valutazioni di bilancio sui crediti fossero state effettuate mediante una corretta e veritiera ricognizione storica delle poste: in altre parole, se nella redazione del bilancio fosse stata data adeguata contezza di tutti quei fattori che avevano influito sulla concreta recuperabilità del credito.

La verifica si concludeva con un risultato del tutto conforme a quanto originariamente rilevato dagli ispettori di Banca d’Italia e la relazione del CT del PM individuava l’ammontare degli omessi accantonamenti per rischi su crediti in almeno 35.689.732,00 euro con riferimento al 31.12.2009, e in almeno 29.37.833,00 euro con riferimento alla semestrale del 30.06.2010.

Giova puntualizzare che la valutazione circa la sussistenza del reato veniva operata con riferimento alla fattispecie antecedente alla riforma ed ai criteri ivi contenuti poiché ritenuta più favorevole ai sensi della disciplina della successione di leggi penali di cui all’art. 2 c.p., in ragione del regime di perseguibilità a querela e della previsione delle soglie di punibilità (in tal senso, Cass. Pen., SS. UU del 31.03.2016, n. 22474 e Cass. Pen., n. 37570 del 08.07.2015 Ud. – dep. 16/09/2015).

Il Giudice riteneva, quindi, integrato il fatto tipico secondo i contorni delineati dall’art. 2622 c.c. previgente in ragione del superamento delle soglie di punibilità, rimandando ad una precedente ordinanza emessa in udienza per le questioni giuridiche poste alla base della statuizione.

Ciò posto, il Giudicante procedeva ad esaminare la concreta ascrivibilità del fatto ai membri del Collegio Sindacale.

Per effettuare tale valutazione, egli analizza il ruolo attribuito alla figura del Sindaco a seguito della riforma del diritto societario operata dal D. Lgs. 6/2003: detta riforma, invero, essendo intervenuta significativamente sul paragrafo III, Sezione VIbis del Capo V del codice civile, ha modificato notevolmente i doveri e le attribuzioni ad esso spettanti.

Primariamente il Giudice si riferisce alle norme del codice civile di rilevanza centrale per la propria analisi: da un lato, l’art. 2409bis c.c., che individua i soggetti incaricati della revisione legale dei conti, riformato mediante la sottrazione della funzione di controllo contabile ai Sindaci e la contestuale attribuzione di tale funzione ad un revisore contabile o ad una società di revisione – con possibilità di deroga ed attribuzione al collegio sindacale qualora la società non faccia ricorso al capitale di rischio e non sia tenuta alla redazione del bilancio consolidato  – ; dall’altro, la riforma dell’art. 2403 c.c., che disciplina nello specifico i doveri del collegio.

In particolare, l’art. 2403 c.c. individua quali doveri del Collegio Sindacale “la vigilanza sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione ed, in particolare, sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e dal suo concreto funzionamento.”

Solo avendo riguardo alla lettera delle norme emerge pacificamente l’attuale mancanza di doveri di controllo contabile in capo ai Sindaci – ad eccezione dell’unica forma di deroga consentita dall’art. 2409bis c.c.: tale tesi trova evidente riscontro nella relazione governativa al D. Lgs. 6/2003, che esplicita l’avvenuta sottrazione di tale controllo ad opera della riforma.

Il Giudice approfondisce, quindi,la propria analisi e delinea i contenuti dei doveri di “vigilanza in ordine all’assetto amministrativo-contabile” di cui all’art. 2403 c.c.,facendo riferimento al quadro normativo esistente.

Segnatamente, egli richiama il dettato dell’art. 2426 c.c. (“i costi di impianto e di ampliamento, i costi di ricerca e pubblicità aventi utilità pluriennale, nonché l’avviamento possono essere iscritti nell’attivo con il consenso del collegio sindacale se esistente”) e quello dell’art. 2429 c.c., disciplinante il ruolo esercitato dai sindaci al momento dell’approvazione del bilancio (“Il bilancio deve essere comunicato dagli amministratori al collegio sindacale […], con la relazione, almeno trenta giorni prima di quello fissato per l’assemblea che deve discuterlo.  Il collegio sindacale deve riferire all’assemblea sui risultati dell’esercizio sociale e sull’attività svolta nell’adempimento dei propri doveri, e fare le osservazioni e le proposte in ordine al bilancio e alla sua approvazione, con particolare riferimento all’esercizio della deroga di cui all’articolo 2423, quarto comma. Il bilancio, con le copie integrali dell’ultimo bilancio delle società controllate e un prospetto riepilogativo dei dati essenziali dell’ultimo bilancio delle società collegate, deve restare depositato in copia nella sede della società, insieme con le relazioni degli amministratori, dei sindaci […] durante i quindici giorni che precedono l’assemblea”).

Successivamente, con specifico riferimento al bilancio d’esercizio, il Giudice richiama gli artt. 149, 154bis e 154ter del TUF, per i quali ai Sindaci è demandato il compito di vigilare sull’osservanza delle norme procedurali inerenti alla redazione, all’approvazione e alla pubblicazione del bilancio d’esercizio.

Il quadro normativo delineato fornisce al Giudice di Rimini una solida base per affermare la propria tesi secondo la quale il controllo del Collegio Sindacale, così come risultante a seguito della riforma del 2003, non consiste in un giudizio di merito sui risultati dell’attività amministrativo-contabile, quanto una valutazione di adeguatezza dell’operato dei soggetti ai quali è demandata la redazione del bilancio, nonché sul rispetto della legge e delle regole sociali, sulla base di un’analisi delle caratteristiche del sistema così come desumibili dai flussi informativi acquisiti.

Dunque, con riferimento alla correttezza dell’operato degli amministratori, il controllo non si fonda tanto su riscontri effettuati ex post, quanto sulle informazioni acquisite nel divenire della gestione dell’impresa; mentre, con riferimento al bilancio di esercizio, il controllo si estrinseca soprattutto relativamente ai metodi ed alle procedure, volto a verificare che il bilancio sia stato correttamente redatto, senza giungere alla verifica della rispondenza ai dati della contabilità, ad accertare la verità-correttezza in ordine alla corretta iscrizione in bilancio delle attività, delle passività e dei componenti reddituali, essendo venuti meno i compiti specifici nel settore della contabilità e del bilancio come previsti dal vecchio art. 2403 c.c.

Invero, tali compiti specifici – riguardanti la rispondenza dei dati inseriti in bilancio con le scritture contabili della Società – ad eccezione dei casi nei quali viene esercitata la deroga prevista dall’art. 2409bis c.c. – a seguito della riforma risultano generalmente spettanti al soggetto incaricato del controllo contabile (revisore o società di revisione) con la conseguenza che il controllo del collegio sindacale riveste un carattere “suppletivo”, che determina per questi ultimi l’obbligo di attivarsi “solo in presenza di vicende in cui siano presenti significativi indici di patologia societaria”, desumibili dal controllo gestionale ad essi affidato.

Come, in effetti, avveniva nel caso di cui alla sentenza in commento, poiché il soggetto incaricato del controllo contabile dell’istituto bancario era una società di revisione esterna.

Il giudicante procede, quindi, ripercorrendo le pronunce della Suprema Corte intervenute in relazione alla responsabilità penale eventualmente configurabile in capo ai Sindaci in virtù della posizione di garanzia derivante dai propri doveri di vigilanza e controllo.

Per valutare concretamente tale posizione di garanzia ed i presupposti (attuali) di attribuzione della responsabilità, non può prescindersi dalla metamorfosi funzionale operata dalla riforma del 2003.

Ebbene, alla luce dell’attuale ruolo ricoperto dai Sindaci – osserva il Giudice di Rimini – affinché le mere inadempienze dei doveri di sorveglianza e vigilanza possano assumere rilevanza penale occorre che siano rappresentative di una condotta dolosa – ossia di intenzionale agevolazione dell’altrui comportamento criminoso – e non effetto di negligenza e superficialità: è necessario, cioè, dimostrare che l’agente si sia correttamente rappresentato la situazione di falsità e, che, con tale consapevolezza, abbia dolosamente omesso di controllare/intervenire.

Da dove si ricaverebbe la prova di tale atteggiamento soggettivo doloso? Esso non può essere ricavato – prosegue il giudicante – meramente dalla presenza di elementi rilevanti una cattiva tenuta della scrittura contabile (“Ciò peraltro non significa che il dolo omissivo si esaurisca nella conoscenza della situazione tipica che determina il dovere di agire e della capacità di intervenire”; in tal senso, Cass. Pen., n. 14045 del 22/03/2016), ma dev’essere desunta da “elementi sintomatici”,  da “segnali perspicui e peculiari in relazione all’evento illecito, aventi un grado di anormalità”, dotati di una rilevanza indiziaria tale da far ragionevolmente presumere la componente soggettiva dolosa.

Sulla base di tali premesse, soprattutto dei principi enunciati dalla Giurisprudenza in materia, il Giudice giunge ad affermare che, nel caso dell’istituto bancario sul quale era chiamato a giudicare, gli elementi addotti dalla Pubblica Accusa a sostegno dell’ipotesi contestata di concorso omissivo con l’operato degli Amministratori, non risultavano sufficienti a supportare un ipotesi di responsabilità a carico dei membri del Collegio Sindacale ed a giustificare il vaglio dibattimentale-processuale.

Gli elementi a sostegno, infatti, si rinvenivano principalmente nei verbali delle riunioni del Consiglio di Amministrazione in occasione delle quali sarebbero stati analizzati i crediti deteriorati.

Secondo il Giudice, la Pubblica Accusa avrebbe desunto dai suddetti verbali la “percepibilità” della situazione potenzialmente anomala in ordine all’iscrizione a bilancio dei crediti deteriorati, e tale “percepibilità” sarebbe poi, immotivatamente assurta al rango di “percezione”: il PM, cioè, non offriva una convincente spiegazione sulla motivazione per cui quei segnali d’allarme avrebbero disvelato non tanto la necessità di attivare i poteri di vigilanza, quanto la consapevolezza della illiceità dei dati trasfusi.

Ed, anzi – a ben vedere – secondo il Giudice, dai verbali delle adunanze emergevano conclusioni diametralmente opposte alle ipotesi accusatorie: il Collegio Sindacale, infatti, aveva più volte sollevato, nel corso delle adunanze, le proprie perplessità in relazione alla recuperabilità di tali crediti deteriorati; tuttavia tali perplessità non erano mai state “raccolte” dall’organo di amministrazione, il quale aveva rassicurato “poco opportunamente” gli organi collegiali, con informazioni parzialmente ingannevoli e, pertanto, insuscettibili di fornire una corretta rappresentazione della realtà, idonea, in quanto tale, a fondare una responsabilità a titolo di concorso omissivo.

La tesi trova conforto in un’ulteriore elemento, costituito dal giudizio negativo espresso dagli ispettori di Bankitalia nella propria relazione sui sistemi informativi della Società, da cui si ricaverebbe che il Collegio Sindacale non sia stato destinatario di informazioni correttamente rappresentative della realtà: anche da tale aspetto poteva ricavarsi l’assenza di dolo nella condotta di mancata attivazione , in quanto non pienamente consapevoli della reale situazione contabile.

Inoltre, nella Relazione al bilancio redatta dal Collegio Sindacale, è proprio quest’ultimo a puntualizzare che il controllo contabile “sostanziale” era affidato ad una società di revisione esterna, che era stato effettuato “sia sotto il profilo della sua rispondenza alle risultanze delle scritture contabili e degli accertamenti eseguiti, nonché della conformità ai principi contabili internazionali IAS/IFRS adottati dalla Comunità Europea”, mentre il proprio era limitato ad un “controllo sintetico complessivo accertando, in questa prospettiva, la sua corretta redazione e la necessaria informativa anche in ordine alla continuità aziendale”.

Secondo il Giudice di Rimini, ciò doveva considerarsi perfettamente in linea  con quanto ampiamente illustrato in premessa in relazione al controllo spettante ai Sindaci a seguito della riforma del 2003, ovverosia “un controllo sintetico complessivo volto a verificare che il bilancio sia stato correttamente redatto, senza giungere alla verifica della rispondenza ai dati della contabilità, ad accertare la verità-correttezza e la chiarezza del bilancio ed in particolare la corretta iscrizione in bilancio delle attività, delle passività e dei componenti reddituali,  essendo venuti meno i compiti specifici nel settore della contabilità e del bilancio come previsti dal vecchio art. 2403 c.c.”.

Infine, doveva anche, necessariamente, considerarsi che la stessa società di revisione, nella propria relazione, aveva espresso parere favorevole riguardo alla correttezza delle stime contenute nel bilancio.

In conclusione, il Giudice di Rimini, in considerazione:

  • dell’esistenza di un controllo puntuale ed analitico effettuato dal revisore contabile,
  • di un controllo sindacale esercitato secondo i confini ed i limiti tracciati dall’assetto normativo,
  • di una realtà conoscitiva offerta ai Sindaci dai vertici dell’amministrazione alterata e falsamente assicurativa,
  • di una competenza diretta, sulla erogazione dei finanziamenti/svalutazione del credito che non poteva che spettare ai vertici dell’amministrazione/comitato esecutivo/responsabili del credito,

pur volendo eventualmente superare l’obiezione che ai membri del Collegio Sindacale non competesse un controllo contabile di tipo analitico, giunge ad escludere che tali elementi possano ragionevolmente fondare un’accusa di doloso silenzio o di dolosa omissione volta ad agevolare l’approvazione del bilancio contenente dati alterati.

A tutto voler concedere, vi sarebbe prova di un atteggiamento avente i tratti tipici della colpa, non rilevante per la contestazione dell’ipotesi omissiva del reato di false comunicazioni sociali.

Per tutte le suddette ragioni, il Giudice di Rimini – richiamando il dettato del terzo comma dell’art. 425 c.p.p., che prescrive al GUP di emettere sentenza di non luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti risultino insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio – si pronuncia con una sentenza di proscioglimento degli imputati per non aver commesso il fatto.

*** *** ***

Collegamenti con altre pronunce e bibliografia

Sul ruolo del Collegio Sindacale: Cass. Pen, Sez. 5, n. 45237 del 12/11/2001 – Cass. Civ., Sez. I, n. 22911 del 11/11/2010; Cass.Pen., Sez. V, n. 26399 del 05/03/2014;

Sulla responsabilità per condotta omissiva del Collegio Sindacale:Cass. Pen., Sez. V, n. 19470 del 09/02/2016;  Cass. Pen., Sez. V, n. 14045 del 22/03/2016; Cass. Pen., Sez. V, n. 32352 del 07/03/2014; Cass. Pen., Sez. V, n. 15360 del 21/04/2010

N. Mazzacuva, E. Amati, Diritto penale dell’economia, Wolters Kluwer – Cedam, 2016; R. Pellicano, I reati societari in AA.VV., Diritto penale dell’impresa, diretto da Cesare Parodi, Giuffrè Editore, Milano, 2017; C. Santoriello, Il nuovo reato di falso in bilancio, Eutekne, Torino, 2015.

Arianna Bassi

Avvocato del Foro di Bologna

trib_rimini_sent_12-07-2016.pdf

Spread the love