La responsabilità ex art. 97, commi 1 e 3 del D. Lgs. n. 81/2008 del datore di lavoro dell’impresa affidataria in caso di subappalto – Nota a C. App. Bologna, Sez. I – pres. Chiappelli, sent. n. 2916/19 R.G. Sent. (ud. 7 maggio 2019 – dep. 1° agosto 2019)

 

Corte d'Appello di Bologna, Sez. I, 7 maggio 2019 (dep. 1 agosto 2019), n. 2916

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Oggetto del provvedimento.

Il Direttore Generale – «titolare di delega ad hoc in materia di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro» ed al quale, dunque, «doveva essere riconosciuta la qualifica di datore di lavoro» – ed il Responsabile di Area – «e, dunque, titolare delle funzioni e compiti propri del dirigente» – di una Società cooperativa appaltatrice dei lavori di costruzione di un complesso residenziale venivano tratti a giudizio per la morte di un operaio (dipendente di altra Società subappltatrice), rimasto travolto dal terreno distaccatosi dal fronte di scavo di una trincea privo di armature di sostegno o contenimento (artt. 113 e 589, comma 1 e 2 C.p.).

Più precisamente, ad entrambi gli imputati erano stati contestati profili di colpa generica e specifica, consistita nella violazione dell’art. 119 del D. Lgs. n. 81/2008 («che impone a datore di lavoro e dirigente di applicare armature di sostegno nello scavo di trincee profonde più di 1,5 metri, quando la consistenza del terreno non dia sufficiente garanzia di stabilità, anche in relazione alla pendenza delle pareti»), nonché dell’art. 97, commi 1 e 3 del medesimo Decreto, «per non aver vigilato sui lavori concessi in sub appalto e sull’applicazione delle prescrizioni del Piano Sicurezza e Coordinamento (PSC)» e per non aver «verificato la congruenza del POS (Piano Operativo di Sicurezza) dell’impresa sub appaltatrice rispetto al proprio PSC (…) prima della trasmissione del POS medesimo al coordinatore per l’esecuzione». Solamente al Direttore Generale veniva inoltre addebitata, sempre a titolo di colpa specifica, la violazione dell’art. 2087 C.c., «per non aver, nella sua qualità di imprenditore, adottato le misure che secondo la qualità del lavoro, l’esperienza e la tecnica erano necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità del lavoratore».

Con la sentenza in commento, la Corte di Appello di Bologna ha confermato la condanna precedentemente inflitta dal Giudice di primo grado. Tuttavia, la circostanza per la quale, in pendenza della celebrazione del giudizio di appello, fosse intervenuto l’integrale risarcimento dei danni ai prossimi congiunti dell’operaio deceduto (con conseguente revoca delle relative costituzioni di parte civile), convinceva il Collegio della possibilità di riconoscere agli imputati sia le circostanze attenuanti generiche – negate dal primo Giudice – come equivalenti rispetto alla contestata aggravante prevenzionistica, sia la sospensione condizionale della pena così rideterminata.  

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Contenuto del provvedimento.

La Corte di Appello – condividendo sul punto la ricostruzione operata dal Tribunale – riconosce, in primo luogo, come lo scavo presentasse precisamente tutti i profili di rischio contemplati (in astratto) dall’art. 119 del Testo Unico: profondità superiore ad 1,5 metri, scarsa stabilità del terreno data dalla presenza di materiale sabbioso – circostanza, peraltro, valutata come non eccezionale, vista la vicinanza al mare del cantiere – pendenza delle pareti. L’evento crollo, pertanto, doveva ritenersi come assolutamente prevedibile (in concreto); e ciò anche in considerazione del fatto che già in precedenza si era resa necessaria l’installazione di diverse sonde di aspirazione per l’accertata presenza di acqua di falda ad una profondità inferiore a quella di scavo.

Ne deriva un giudizio particolarmente severo nei confronti degli imputati da parte del Collegio, in linea con gli orientamenti espressi dalla giurisprudenza di legittimità in punto di responsabilità colposa, per il caso in cui lo specifico fattore di rischio che la regola cautelare mira a depotenziare sia, come nel caso di specie, presente, conosciuto e segnalato (v., ex plurimis, Cass. Sez. IV, 12 maggio 2017 n. 35585: «la responsabilità colposa implica che la violazione della regola cautelare deve aver determinato la concretizzazione del rischio che detta regola mirava a prevenire, poiché alla colpa dell’agente va ricondotto non qualsiasi evento realizzatosi, ma solo quello causalmente riconducibile alla condotta posta in essere in violazione della regola cautelare»; nonché, Cass. Sez. IV, 1° ottobre 2008: «nei reati colposi la causalità dell’azione (o dell’azione) che ha condizionato l’evento va esclusa non soltanto qualora risulti, con valutazione ex post, che sopravvenute concause qualificate siano state da sole sufficienti a determinare l’evento (come prevede l’art. 41, comma 2, c.p.) ma anche qualora l’evento non sia ex ante prevedibile. (…) Ed in tal senso la violazione della regola cautelare non è sufficiente; occorre altresì chiedersi se l’evento derivatone (per quanto riguarda l’omicidio colposo, la morte per come verificatasi hic et nunc) rappresenti o meno la concretizzazione del rischio che la regola stessa mirava a prevenire»).

In tal senso, si osservi inoltre come la Cassazione, proprio con specifico riferimento all’art. 119 del D. Lgs. n. 81/2008, abbia avuto modo di affermare – da una parte – che tale norma, nel prevedere la necessità di allestire armature di sostegno delle pareti quando la consistenza del terreno non dia sufficienti garanzie di stabilità, «non condiziona tale adempimento all’ipotesi in cui all'interno dello scavo stazionino stabilmente i lavoratori, ma prevede tale presidio di sicurezza anche per l’ipotesi in cui al suo interno si debba scendere per un limitato periodo di tempo ed obbliga, man mano che si procede nello scavo, a provvedere al contemporaneo armamento» (così, Cass. Sez. IV, 25 giugno 2013 n. 42501); nonché – dall’altra – che «in caso di infortunio sul lavoro per omesso approntamento delle armature di sostegno di uno scavo profondo oltre un metro e mezzo, può essere esclusa la responsabilità del datore di lavoro, dei dirigenti e dei preposti solo quando l’evento si sia verificato per cause occulte o lesioni interne del terreno preventivamente non riconoscibili né verificabili da tecnico specializzato tramite consulenza» (così, Cass. Sez. IV, 19 dicembre 2014 n. 11132).

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Ciò detto, la Corte di Appello prosegue il proprio ragionamento disattendendo implicitamente l’idea – viceversa, espressamente sollecitata dalla difese – secondo cui la diversa violazione dell’art. 97, comma 3 del T.U.S.L. doveva ritenersi assorbita nella inosservanza del citato art. 119, «poiché la mancata coerenza tra P.O.S. e P.S.C. [dovrebbe] intendersi come di secondaria importanza rispetto alla mancata adozione di adeguata protezione nello scavo ove si era verificato il sinistro» (p. 3 della sentenza qui in commento). Il Giudice di secondo grado, invece, riconosce autonoma rilevanza causale, rispetto all’evento lesivo concretamente verificatosi, ad entrambi gli ulteriori profili di colpa contestati agli imputati e connessi alla violazione dell’art. 97 del citato Testo Unico.

La norma in questione prevede numerosi obblighi di natura tecnica che il datore di lavoro dell’impresa affidataria deve adempiere per il caso in cui l’esecuzione delle opere sia poi affidata ad una pluralità di imprese – anche se operative sul cantiere in modo non contemporaneo – e che sostanzialmente si concretizzano in un’attività di analisi, studio e controllo delle “condizioni di sicurezza dei lavori affidati” cristallizzate nel Piano di Sicurezza e Coordinamento (P.S.C.) e nel Piano Operativo di Sicurezza (P.O.S). Il primo – come noto – è la relazione tecnica chiamata a delinea le varie fasi operative dell’appalto, individuando le situazioni più a rischio e specificando le correlate azioni necessarie per la messa in sicurezza del cantiere (art. 100 D. Lgs. n. 81/2008); il secondo, invece, è il documento – sostanzialmente equivalente nei contenuti – redatto dal datore di lavoro di ciascuna impresa impegnata (art. 89, lett. h) del medesimo Decreto).

Il P.S.C. ed il P.O.S., in altre parole, rappresentano la codificazione specifica delle misure antinfortunistiche da osservare nell’ambito del cantiere, ai quali la Cassazione riconosce una tale forza cogente, da escludere che alla loro mancanza possano in alcun modo sopperire eventuali prassi aziendali, ovvero mere istruzioni verbali (v., in tal senso, Cass. Sez. IV, 5 maggio 2015 n. 41486).

Ebbene, nel caso di specie il P.O.S. della Società subappaltatrice – a differenza del P.S.C. della Società affidataria – non prevedeva alcuna previsione antinfortunistica rispetto al rischio di smottamento dei fronti di scavo; la responsabilità degli imputati viene dunque coerentemente individuata nel non avere vigilato sull’effettivo e concreto rispetto di quanto imposto nel P.S.C. e – di conseguenza – nel non aver impedito che un’impresa operasse all’interno del cantiere in difformità da questo ed in condizioni di insicurezza per l’incolumità dei lavoratori.

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L’ultimo tema affrontato dalla Corte di Appello è quello relativo al ruolo ed alla responsabilità del c.d. R.S.P.P.: «invero [secondo il Collegio] la mera designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione (…) non costituisce una delega di funzioni e non è dunque sufficiente a sollevare né il datore di lavoro né i dirigenti dalle rispettive responsabilità in tema di violazione degli obblighi dettati per la prevenzione degli infortuni sul lavoro», svolgendo questo «un ruolo di consulente in materia antinfortunistica del datore di lavoro ed è privo di effettivo potere decisionale»  (p. 7 della sentenza in commento).

L’affermazione trova ampi riscontri nella giurisprudenza di legittimità e si fonda sostanzialmente sull’idea che il Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro abbia voluto creare uno stretto collegamento funzionale tra datore di lavoro e R.S.P.P., tale per cui il secondo sarebbe il soggetto che, per le sue capacità tecnico-gestionali, meglio è in grado di mettere il primo nelle condizioni di adempiere ai suoi obblighi prevenzionali. In tal senso, ancor recentemente la Cassazione ha infatti precisato che i componenti del servizio di prevenzione e protezione «sono soltanto dei “consulenti” e i risultati dei loro studi e delle loro elaborazioni, come in qualsiasi altro settore dell’amministrazione dell’azienda (ad esempio, in campo fiscale, tributario, giuslavoristico), vengono fatti propri dal vertice che li ha scelti sulla base di un rapporto di affidamento liberamente instaurato e che della loro opera si avvale per meglio ottemperare agli obblighi di cui è esclusivo destinatario» (così, Cass. Sez. IV, 1° febbraio 2018 n. 4941).

Ebbene, se è indubbio che la nomina del R.S.P.P. non equivale ad una vera e propria delega di funzioni e non produce gli effetti tipici di questa (in primis, il trasferimento della c.d. posizione di garanzia dal delegante al delegato), tuttavia non si può neppure negare che la responsabilità prevenzionistica e la responsabilità penale connessa ai reati colposi di evento si pongano su piani nettamente distinti. Non si può pertanto escludere che il R.S.P.P. possa essere chiamato a rispondere per eventi lesivi causalmente riconducibili anche ad un suo suggerimento errato, o alla mancata segnalazione di una possibile fonte di rischio: «il soggetto designato responsabile del servizio di prevenzione e protezione, pur rimanendo ferma la posizione di garanzia del datore di lavoro, [può], ancorché sia privo di poteri decisionali e di spesa, essere ritenuto corresponsabile del verificarsi di un infortunio, ogni qual volta, questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l’obbligo di conoscere e segnalare, dovendosi presumere, nel sistema elaborato dal legislatore, che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l’adozione, da parte del datore di lavoro, delle necessarie iniziative idonee a neutralizzare detta situazione» (così, Cass. Sez. IV, 8 febbraio 2008 n. 6277; ma v. anche, più recentemente, Cass. Sez. IV, 23 novembre 2012 n. 49821).

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Collegamenti con altre pronunce

Oltre alle pronunce segnalate nella presente nota, con specifico riferimento al tema della responsabilità penale del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, si segnala in questa rivista Demattè – Gentilini, Responsabilità esclusiva o concorrente del RSPP (Cassazione Penale, Sez. IV, Sentenza 1 febbraio 2018, n. 4941).

 

Avv. Niccolò Cecchini