Ardua la prova dell'errore determinato dall'altrui inganno nei reati di bancarotta societaria(Trib. di Bologna, sent. 2015 n. 1038)

Tribunale di Bologna in composizione collegiale, I Sez. Penale, - Udienza del 6.3.2015

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Oggetto del provvedimento

All’amministratore di una società a responsabilità limitata, dichiarata fallita, venivano ascritti (i) alcuni episodi distrattivi di beni (rectius: del controvalore in denaro di questi) e di denaro della società fallita, operato mediante prelievi bancari (ii) una falsità nelle comunicazioni sociali che avrebbe concorso a causare il fallimento della società, avendo rappresentato un seppur minimo utile di esercizio in luogo di una perdita consistente (iii) la cattiva tenuta delle scritture contabili, in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e il movimento degli affari nonché, da ultimo (iv) l’aggravamento del dissesto non avendo richiesto il fallimento della società medesima.

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Contenuto del provvedimento

La vicenda giudiziaria in esame vedeva imputato un avvocato che, di fronte alle difficoltà connesse all’attività professionale, decideva di investire nell’esercizio dell’impresa per il tramite di una società a responsabilità limitata, in ciò indotto da un imprenditore apparentemente di successo (in realtà pluriprotestato).

Per il tramite della s.r.l. di cui era socio di maggioranza (in seguito unico), ma sin dalla costituzione amministratore unico, l’imputato effettuava due diversi investimenti: da un lato rilevava, assieme ad altri soci, le quote di una società proprietaria di un’attività di ristorazione,  direttamente gestita da uno degli altri soci quale amministratore di fatto (e chiamato a rispondere di fatti di bancarotta nel fallimento di questa), dall’altro lato procedeva all’acquisto, a scopo speculativo, di due villette. In entrambi i casi veniva indotto a rilasciare fideiussioni a garanzia delle due operazioni, sia personalmente sia a nome della società fallita. L’insuccesso delle due operazioni provocava lo stato di crisi nel cui contesto si inseriscono le condotte contestate, cui seguiva la dichiarazione di fallimento della società.

Per quanto concerne la contestazione di bancarotta fraudolenta distrattiva, all’imputato venivano innanzitutto contestati diversi prelievi di denaro dalle casse della società, in relazione ai quali lo stesso ne riconosceva l’impiego in parte per finalità personali, in parte per pagare i dipendenti impiegati nel ristorante:su quest’ultimo punto, nulla veniva rilevato in ordine all’eventuale interesse della fallita ad impiegare il proprio patrimonio nell’interesse della società partecipata, oggetto di uno dei due investimenti effettuati dalla fallita e dunque condizione apparentemente idonea a legittimare un approfondimento sulla eventuale sussistenza di vantaggi compensativi (in tema di bancarotta fraudolenta distrattiva e vantaggi compensativi, idonei a escludere la configurabilità dei reati fallimentari solo laddove il vantaggio si manifesti sulla società inizialmente depauperata, da ultimo Cass. Pen., V, 12.01.2016 n. 30333, conf.Ib. 30.6.2016 n. 46689). All’imputato si contestava, inoltre, di aver distratto due beni mobili registrati di proprietà della società fallita (una vettura e un motociclo) che erano stati dallo stesso venduti, con conseguente cancellazione dal registro dei beni della società (la congruità del prezzo di vendita non era oggetto di contestazione), con mancato rinvenimentodel denaro ricavato dalla vendita ovvero impossibilità di ricostruirne l’impiego nell’interesse della società (vi era, in realtà, dichiarazione confessoria dell’imputato circa l’impiego per finalità personali delle somme così ottenute). Nel motivare la condanna sul punto, il Tribunale sottolineava l’insussistenza di profili di nullità della sentenza per violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza (art. 521 c.p.p.) in quanto “la configurazione del reato in elementi di minor consistenza oggettiva non determina alcun pregiudizio per l’attività difensiva”, richiamandosi ad alcuni precedenti specifici (Cass. Pen., 8 febbraio 1974 n. 5007 e Cass. Pen. 16 settembre 2014 n. 50326). Di fronte all’invocata induzione in errore ad opera del socio “millantatore” delle sue prestazioni imprenditoriali, il quale aveva suggerito e dato corso agli investimenti poi rilevatisi fallimentari, il Tribunale ribadiva il consolidato orientamento di legittimità che vuole la bancarotta fraudolenta distrattiva reato di pericolo a dolo generico, essendo sufficiente per la rimproverabilità dell’autore la consapevolezza “di attribuire al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti idonei a cagionare danno ai creditori ”. A nulla, pertanto, rilevavano i motivi alla base della crisi, ancorché connessi alla prospettazione, rivelatasi infondata per mano della stesso “decipiens”, di lauti guadagni.

In merito alla bancarotta societaria da falso in bilancio, il Tribunale fondava la decisione sulla scorta della relazione del consulente tecnico del P.M.; il consulente ricostruiva l’effettiva mendace rappresentazione della situazione della società, mediante omissione della annotazione di diverse poste passive, per valori superiori alle soglie di punibilità, con conseguente dichiarazione di un modesto utile di esercizio in luogo di una rilevante perdita. Sempre sulla scorta di un rinvio alla relazione del CT del PM si delineava l’inferenza causale della falsa comunicazione sociale con il fallimento. Sotto il profilo della colpevolezza, si sottolineava per un verso come la presenza di un amministratore di fatto non esautorasse l’amministratore di diritto dai doveri connessi alla posizione di garanzia rivestita dall’amministratore di diritto, anche in merito alla tenuta della contabilità (sul punto cfr. Cass. Pen., V, 14.5.2013 n. 37305, non condivisibile in quanto oblitera ogni accertamento in ordine alla consapevolezza dell’operazione concreta, ritenendo sufficiente ad integrare il dolo eventuale su un singolo episodio anche la mera radicale abdicazione all’esercizio dell’attività di controllo); per altro verso come l’istruttoria avesse consentito di ricostruire un interesse precipuo dell’imputato stesso alla mancata ostensione della reale situazione della società, tale da poterne inferire – a giudizio del Tribunale - non soltanto una generica conoscibilità giusta i doveri riconnessi al ruolo, ma una vera a propria dolosa (com)partecipazione giustificata dall’interesse teorico al buon andamento della società.

In merito alla bancarotta fraudolenta documentale, essa veniva contestata nella descrizione del fatto pur senza indicazione della norma violata nell’incipit dell’imputazione. La qualificazione giuridica quale bancarotta documentale fraudolenta si desumeva dalla descrizione della condotta, consistente nell’aver “tenuto i libri sociali e le altre scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari”. Ricostruito l’elemento oggettivo sulla scorta delle deposizioni del curatore e del CT del PM ela colpevolezza richiamando quanto osservato in punto dolo generico a proposito della ipotesi distrattiva, la sentenza merita di essere segnalata perché sembra lasciare uno spiraglio in ordine alla possibilità di invocare a propria difesa l’assegnazione dell’incarico di tenuta della contabilità a un professionista (circostanza da sempre ritenuta irrilevante: cfr., in punto bancarotta documentale fraudolenta, Cass. pen. Sez. V, 07/07/2016, n. 35775; in tema di bancarotta documentale semplice, con le medesime conclusioni, Cass. pen. Sez. V, 11/03/2015, n. 24297): tale argomentazione difensiva, invocata dall’imputato, veniva rigettata unicamente in quanto l’incarico era “avvenuto in vista della imminente dichiarazione di fallimento e con finalità di carattere prettamente difensivo, come comprovato dal fatto che nelle note integrative dei bilanci 2008/2009 (redatti a ridosso del fallimento nel 2011, ndr) è stato precisato che l’amministrazione era stata di fatto tenuta dal P.”. Non se ne escludeva la rilevanza tout court, dunque, ma solo in virtù delle ragioni e delle tempistiche che denotavano mala fede nell’essersi spogliati di tale incombente.

Sulla contestata bancarotta semplice per aver aggravato il dissesto omettendo di richiedere il proprio fallimento, il Tribunale di Bologna individuava - a fronte della conclamata insolvenza che rendeva doverosa, da tempo, la presentazione di una istanza di autofallimento - nella prosecuzione nei rapporti di accesso al credito con conseguente addebito dei costi ad essi riconnessi l’incremento di passivo.

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Collegamenti con altre pronunce

Cass. Pen., V, 12 ottobre 2017 n. 53184; Cass. Pen., V, 17 luglio 2017 n. 49992 (bancarotta distrattiva e dolo generico). Cass. Pen., V, 12 gennaio 2016 n. 30333; Cass. Pen., V, 30 giugno 2016 n. 46689 (reati fallimentari e vantaggi compensativi).Cass. Pen., V, 14 maggio 2013 n. 37305 (amministratore di fatto e obblighi dell’amministratore di diritto). Cass. pen. Sez. V, 07/07/2016, n. 35775, Cass. pen. Sez. V, 11/03/2015, n. 24297 (bancarotta documentale e tenuta della contabilità da parte di un professionista). Cass. Pen., 8 febbraio 1974 n. 5007, Cass. Pen. 16 settembre 2014 n. 50326 (oggetto della bancarotta distrattiva e nullità della sentenza)

 

In dottrina

N.  MAZZACUVA – E. AMATI, Diritto penale dell’economia, Padova, 2016; R. BRICCHETTI – L. PISOTRELLI, La bancarotta e gli altri reati fallimentari, Milano, 2017; O.C. ARTALE, La bancarotta fraudolenta patrimoniale, in CADOPPI – CANESTRARI – MANNA – PAPA (diretto da), Diritto penale dell’economia, Torino, 2017, II, 1725; A. ROSSI, Illeciti penali nelle procedure concorsuali, Milano, 2014. G.L. SOANA, I reati fallimentari, Milano, 2012.

 

Avv. Stefano Buonocore