Brevi osservazioni su una recente sentenza del Tribunale di Ancona in tema di corruzione tra privati (Trib. Ancona, sent. 24 gennaio 2018)

Tribunale di Ancona in composizione collegiale, ud. 24 gennaio 2018, mot. 19 aprile 2018, sent. n. 100/2018

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Oggetto del provvedimento

La sentenza che si commenta, resa dal Tribunale di Ancona in composizione collegiale, rappresenta il primo step giudiziario di una complessa vicenda in tema di reati societari attribuiti al direttore generalepro temporedi un istituto bancario. La pronuncia presenta indubbi e plurimi profili di interesse, muovendo anzitutto dal delitto oggetto di dibattimento: l’art. 2635 c.c., introdotto sotto forma di «infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità» con la riforma dei reati societari nel 2002 ed ‘evolutosi’ in «corruzione tra privati» con la l. 190/2012. Tale fattispecie ha infatti da sempre rappresentato una norma – per così dire – ‘eterea’, a causa della sua rarissima applicazione pratica; basti considerare che per rinvenire il primo caso affrontato dalla giurisprudenza si sono dovuti attendere oltre dieci anni di vita della fattispecie (Trib. Udine, sent. n. 952 del 6.6.2013, pubblicata su Dir. pen. cont.Il 9 maggio 2014 con commento di L. Zoli) e che, non a caso, la dottrina aveva classificato la disposizione, sin dalla sua entrata in vigore, come esempio di «diritto penale spettacolo o simbolico» (così N. Mazzacuva, Gli artt. 2634 e 2635 c.c.: diritto penale “simbolico” o necessaria “frammentarietà” dell’intervento punitivo, in R. Acquaroli-L. Foffani (a cura di), La corruzione tra privati. Esperienze comparatistiche e prospettive di riforma, Milano, 2003, 350).

La sentenza in oggetto rappresenta dunque un buon banco di prova per testare alla prova dei fatti ogni singolo elemento della fattispecie – la condotta tipica, il significato di nocumento (anche se oggi espunto dalla nuova formulazione del reato), l’elemento soggettivo etc. – e fornisce al contempo una interessante risposta sulle criticità derivanti dal regime intertemporale del reato, recentemente oggetto – peraltro – di un nuovo maquillage da parte del legislatore (operato con il d.lgs. 37/2017).

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Contenuto del provvedimento

L’ipotesi accusatoria

Al direttore generale B. di un istituto bancario erano addebitati due diversi fatti di corruzione privata (art. 2635 c.c.): trattandosi di reato a concorso necessario, erano tratti in giudizio anche due imprenditori, C. e D., che rivestivano il ruolo di asseriti ‘corruttori’ e assumevano dunque la qualità di extraneus nell’ambito della fattispecie. In ambedue i capi di imputazione venivano inoltre contestate le circostanze aggravanti sia a carattere speciale dell’art. 2635, co. 3 c.c. (in quanto i fatti erano avvenuti nell’ambito di una società emittente strumenti finanziari diffusi tra il pubblico in maniera rilevante, ai sensi dell’art. 116 TUF), sia a carattere generale di aver cagionato un danno patrimoniale di rilevante entità ex art. 61, n. 7 c.p.

La struttura accusatoria del primo capo di imputazione ha come perno la concessione in breve tempo di linee di credito senza le necessarie condizioni (nella specie, concessione di anticipazioni su crediti IVA in assenza della prevista “attestazione di certezza e liquidità del credito IVA”), a fronte di una complessa operazione immobiliare fra una società riferibile ai familiari del direttore generale della Banca e più società riferibili all’imprenditore finanziato. L’esito dei numerosi e correlati negozi giuridici sarebbe consistito – secondo l’ipotesi accusatoria – nella dazione di una indebita utilità pari a circa 308.000 euro per l’intraneus, a fronte di un danno per l’istituto di credito di oltre 4 milioni e mezzo di euro, inquadrabile al valore delle linee di credito concesse a varie società facenti parte della galassia dell’imprenditore C.ed effetto della violazione degli obblighi inerenti l’ufficio di direttore generale di B.

La struttura del secondo capo di imputazione è in pandantcon il primo: secondo l’accusa, il direttore B. si sarebbe adoperato per far approvare – in violazione degli obblighi inerenti il proprio ufficio, in quanto il bilancio della società beneficiaria presentava importanti perdite – ingenti aperture di credito a favore dell’imprenditore D., pari ad oltre 14 milioni di euro. In particolare si riteneva che, a seguito di complesse operazioni bancarie di trasferimento fondi, effettuate da società riconducibili all’imprenditore D., fossero confluite – dopo essere transitate su una società ‘schermo’ – sui conti correnti della moglie e della figlia del direttore B. somme pari ad oltre 3 milioni e mezzo di euro, con contestuale grave nocumento per la Banca che si quantificava in circa 10 milioni di euro; tale somma rappresentava l’importo dei finanziamenti concessi alla società di D., senza il rispetto delle condizioni cautelative per l’erogazione del credito, dei quali non si otteneva il rientro.

L’impianto motivazionale

L’ampia motivazione si snoda in più ‘sezioni’, rese necessarie per la moltitudine dei profili analizzati dal collegio. Presentano spunti di sicuro interesse già alcune questioni ‘preliminari’, inerenti, in particolare: i) l’individuazione della disposizione da applicare nell’ambito della successione di leggi penali che hanno riguardato l’art. 2635 c.c.; ii) la determinazione del dies a quo con riferimento al calcolo dei termini per la proposizione di querela nell’ambito della corruzione tra privati.

Per quanto riguarda i profili di diritto intertemporale, il collegio evidenzia che, in virtù della versione vigente all’epoca dei fatti (2010 e inizio 2012) e applicando il principio della lex mitior, si debba ritenere applicabile al caso di specie la fattispecie di «infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità», dunque ante riforma cd. Severino del 2012, in quanto non era previsto un minimo edittale di pena, mentre nelle due successive versioni – a parità di limite massimo a tre anni di reclusione – si prevede un minimo di un anno. A tale considerazione, evidenzia il collegio, si deve «aggiungere anche il fatto che, nella formulazione vigente (introdotta dal d.lgs. 37/2017, ndr), dalla fattispecie di reato viene eliminato l’evento quale elemento della tipicità del reato (nocumento) ed arretrata la consumazione alla mera condotta. Viene, quindi, ampliata ed anticipata l’area della rilevanza penale del fatto, in sicuro sfavore del reo» (p. 16).

Sul versante del regime di procedibilità, è opportuno ricordare come la necessità della querela di parte ha da sempre rappresentato uno dei principali vulnus applicativi dell’art. 2635 c.c., in virtù delle strette tempistiche per la proposizione della stessa – anche in considerazione delle tempistiche necessarie per una deliberazione di questo tipo da parte di un organo sociale collegiale – nonché per la generale preferenza, da parte delle società, di non sottoporre allo strepitus fori fatti di cattiva gestione avvenuti al proprio interno, privilegiando sovente soluzioni transattive di carattere civilistico. A tal proposito il collegio – rigettando un’eccezione di tardività – individua quale dies a quoper la proposizione della querela non tanto nel momento in cui emergevano, da fonti di stampa, presunte irregolarità da parte del direttore generale B., quanto nel momento in cui la società ha avuto una conoscenza «seria, dettagliata e certa del fatto» ossia, nel caso di specie, al momento del deposito della relazione di audit derivante dall’attività di ispezione interna effettuata dall’istituto di credito.

Dopo un analitico resoconto delle risultanze processuali, comprensivo di schemi grafici per una miglior delineazione delle complesse operazioni finanziare oggetto di procedimento, la motivazione prende le mosse dalla sussunzione dei fatti di cui al primo capo di imputazione nell’alveo dell’art. 2635 c.c.; si premette, sin da subito, che la risposta del collegio sul punto è negativa, ritenendo che «la mancanza di elementi di sicura prova, secondo lo standard rafforzato del processo penale, in ordine all’atto precisamente collegato all’accordo corruttivo (…) impone una pronuncia di assoluzione ex art. 530 comma 2 c.p.p.» (p. 97).

Il collegio ha infatti evidenziato che, a fronte di una specifica contestazione della violazione dei doveri d’ufficio, consistente nell’avere l’intraneus favorito la concessione cinque linee di anticipazione crediti IVA in mancanza della relativa attestazione da parte dell’AdE, dalle risultanze istruttorie emergeva invece come la natura dei finanziamenti sia stata diversa (apertura di credito provvisoria in conto corrente).

Il collegio dunque, mutuando alcuni principi affermati dalla giurisprudenza nella contigua e affine materia della corruzione ‘pubblicistica’, sottolinea che «al fine di ottenere prova della corruzione, se non è necessaria la individuazione del singolo atto per il quale sono state corrisposte le utilità non dovute è, comunque, indispensabile almeno la individuazione del “genus” degli atti oggetto dell’accordo stesso, venendo altrimenti a mancare la possibilità di accertare se l’accordo sia antecedente o susseguente all’atto» (p. 95. Sul punto, si veda anche Cass., sez. VI, 9516/1998).

Alla luce di tale considerazione, il collegio ha ritenuto come non emergesse con sufficiente certezza il “nesso di finalizzazione” dell’accordo corruttivo, in quanto i finanziamenti contestati non erano coevi alla presunta dazione – che avveniva circa otto mesi prima – e, per di più, tale “leggerezza” nell’iter di approvazione delle linee di credito si riscontrava diffusamente in tutti i finanziamenti concessi alle società facenti riferimento all’imprenditore C.

Di segno opposto è invece la decisione con riferimento alla seconda operazione oggetto di procedimento, per la quale il collegio ha disposto – ritenute nel giudizio di bilanciamento come equivalenti le circostanze attenuanti generiche con le aggravanti di cui all’art. 2635, co. 3 c.c. e all’art. 61 n. 7 c.p. – la condanna ad anni tre di reclusione (ossia pari al massimo edittale) per il direttore generale pro temporee due anni per l’imprenditore D.

Nel percorso argomentativo a supporto della condanna, il collegio analizza partitamente gli elementi della fattispecie di infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità, muovendo anzitutto dalla condotta, che non deve necessariamente essere ‘attiva’; a differenza di quanto avviene nella fattispecie ‘ancillare’ di infedeltà patrimoniale ex art. 2634 c.c., in cui si puniscono solo atti dispositivi del patrimonio sociale, nell’ipotesi di cui all’art. 2635 c.c. rileva qualsiasi atto dell’intraneus, anche se omissivo. Nella nozione di ‘atto’, dunque, il collegio fa rientrare anche un parere depositato nell’istruttoria di una pratica per un finanziamento, l’espressione di voto manifestata ai fini della formazione di una delibera collegiale oppure – come nel caso di specie – l’attribuzione ad una specifica pratica di una classificazione di “prefattibilità” che la filiera non «osava contrastare» (p. 151).

Ritenuto integrato l’evento del reato, ossia il nocumento alla società, nozione classificata più ‘generica’ rispetto a quella di danno (prevista invece dalla fattispecie ex art. 2634 c.c.), in quanto da intendersi nel senso di qualsiasi pregiudizio giuridicamente rilevante, il collegio ritiene pienamente integrata anche la violazione dei doveri d’ufficio. Sul punto, incentrando il disvalore della fattispecie proprio sulla violazione del rapporto fiduciario che lega l’intraneus con la società in cui egli è organicamente inserito – riecheggiando, dunque, il modello dell’Untreue austriaca – il collegio evidenzia come la violazione dei doveri inerenti l’ufficio appaia «grave, immanente ed “ambientale” rispetto all’intero sistema di istruttoria delle pratiche sopra accertato se letto a fronte dei paralleli, sistematici e fitti rapporti di affari intrattenuti da B. con le società finanziate» (p. 152).

Ritenendo provato, a differenza del primo capo di imputazione, un forte nesso di connessione tra le erogazioni di credito alla società di D. e al trasferimento di somme di denaro confluite nei conti correnti di moglie e figlia di B., alla luce della stretta e univoca connessione temporale e funzionale, il collegio ha ritenuto integrato anche l’elemento soggettivo della fattispecie, la quale, prevedendo il semplice dolo generico, si ritiene declinabile anche nella forma del dolo eventuale.

Pertanto, conclude il collegio: «è manifesta la violazione da parte di B. del principio di lealtà, immanente al ruolo di Direttore Generale in senso alla banca. Egli, in evidente abuso dei poteri esercitati, informati e sviati al primario interesse personale, in chiaro conflitto con quello della banca, poneva in essere una condotta gravemente infedele avallando e privilegiando pratiche di finanziamento totalmente imprudenti per la banca e accettando così il rischio del grave nocumento della medesima, pur di raggiungere il profitto personale dall’operazione parallela intentata con gli stessi clienti» (p. 154).

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Collegamenti con altre pronunce (e riferimenti dottrinali)

Giurisprudenza:

Trib. Udine, sent. n. 952 del 6.6.2013, pubblicata su Dir. pen. cont.il 9 maggio 2014 (con commento di L. Zoli).

 

In dottrina:

a) Sulla fattispecie di infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità (come introdotta dal d.lgs. 61/2002), R. Acquaroli-L. Foffani (a cura di), La corruzione tra privati. Esperienze comparatistiche e prospettive di riforma, Milano, 2003.

b) Sulla fattispecie di corruzione tra privati (come modificata dalla l. 190/2012), A. Spena, La corruzione privata e la riforma dell’art. 2635 c.c., in Riv. it. dir. proc. pen., 2/2013;L. de Martino,La corruzione tra privati tra “vecchia” disciplina e normativa vigente, in Ius17@unibo.it,1/2014.

c) Sulla fattispecie di corruzione tra privati (come da ultimo novellata dal d.lgs. 37/2017): S. Seminara, Il gioco infinito: la riforma del reato di corruzione tra privati, in Dir. pen. proc., 6/2017; A. Rossi, La riforma del ‘sistema punitivo’ della corruzione tra privati: nuove fattispecie e nuove sanzioni per le persone fisiche e per gli enti, in Le Società, 6/2017.

 

Lorenzo de Martino

Dottore di ricerca in diritto penale nell’Università di Bologna

Avvocato