Il concorso omissivo in bancarotta fraudolenta (G.U.P. di Bologna, sent. 21 novembre 2016 n. 2130)

G.u.p. presso il Tribunale di Bologna, sentenza del 21 novembre 2016, n. 2130

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Oggetto del provvedimento

Nel procedimento in esame, venivano contestate plurime condotte di bancarotta a carico dei membri del C.d.A. e ai componenti del Collegio Sindacale di una società cooperativa a responsabilità limitata prima ammessa alla procedura di liquidazione coatta amministrativa e successivamente fallita in data 25.2.2014.

Il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Bologna ha pronunciato sentenza di condanna in ordine a tutti i capi di imputazione per i due imputati che hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato, disattendendo la tesi difensiva fondata sulla mancanza di consapevolezza in capo ad entrambi circa il reale andamento delle vicende societarie e, dunque, dei fatti di bancarotta posti in essere in ipotesi accusatoria.

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Contenuto del provvedimento

La sentenza che si annota tratta della responsabilità dell’amministratore di diritto in ordine alla commissione di reati fallimentari sia in forma attiva, che in forma omissiva ai sensi dell’art. 40, co. 2, c.p.

A seguito dell’ammissione alla procedura di liquidazione coatta amministrativa e al successivo fallimento della società cooperativa a responsabilità limitata C. in data 25.2.2014, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna decideva di esercitare l’azione penale nei confronti dei nove soggetti che a vario titolo avevano fatto parte del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale della fallita. Dapprima, per la verità, si procedeva solo nei confronti di due soggetti, l’uno amministratore di fatto (per essere amministratore del consorzio controllante) e l’altro amministratore di diritto, che l’ipotesi accusatoria portava a ritenere fossero i materiali autori dei fatti di bancarotta.

Gli altri soggetti, componenti del C.d.A. e del Collegio sindacale venivano coinvolti all’esito della consulenza tecnica chiesta dal P.M., secondo cui, già diversi anni prima dei fatti di distrazione e del fallimento del sodalizio, erano state poste in essere condotte di falsificazione delle scritture che avevano nascosto perdite ingenti che già da quel momento avrebbero causato il dissesto della società.

Come risulta dalla lettura dell’imputazione, tuttavia, non venivano fatte distinzioni e a tutti i concorrenti erano contestate quattro diverse condotte di bancarotta: quella di bancarotta fraudolenta documentale (capo 1), bancarotta fraudolenta per distrazione (capo 2), bancarotta fraudolenta preferenziale (capo 3) e, più interessante in questa sede, quella di cui all’art. 223, comma II, n. 1, per avere concorso a cagionare il dissesto della società commettendo i fatti di cui all’art. 2621 c.c. (capo 4).

In ragione del fatto che, sebbene l’imputazione fosse complessivamente riferita a tutti i concorrenti, i due imputati non erano sostanzialmente accusati di condotte commissive, la sentenza si concentrava sulla contestazione mossa ai sensi dell’art. 40, co. 2, c.p., per avere gli imputati omesso la dovuta vigilanza che avrebbe permesso di evitare l’evento costituito dai fatti di bancarotta verificatisi. Ancora più nello specifico, alla luce degli argomenti difensivi, si focalizzava sull’elemento soggettivo del dolo, necessario a sorreggere la condotta di bancarotta, consistente nella consapevolezza da parte degli amministratori di diritto delle condotte illecite poste in essere dagli agenti.

La sentenza fa riferimento a quella giurisprudenza di legittimità che ha  avuto modo di affermare che “allorché si accetti il ruolo di amministratore esclusivamente allo scopo di fare da prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possano scaturire gli eventi tipici del reato (dolo generico) o l’accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l’affermazione della responsabilità penale” (Cass. Pen., Sez. V, n. 4482 del 28.5.2014 (dep. 27.10.2014).

Aderisce, dunque, all’indirizzo per cui la condotta contestata ai sensi del comma 2 dell’art. 40 c.p., possa essere sorretta anche dal mero dolo eventuale, che sebbene desti perplessità per il rischio che si scivoli in una contestazione colposa mascherata e in una indebita sovrapposizione e confusione tra elemento oggettivo ed elemento soggettivo del reato, costituisce l’ipotesi preferita dalla giurisprudenza di legittimità.

Ciò che manca nella pronuncia in analisi è una concreta valutazione sulla consapevolezza da parte degli imputati delle condotte poste in essere dai loro omologhi - quindi, sinteticamente, sul dolo di concorso - e (quanto meno) sulla accettazione del rischio che le condotte di cui erano consapevoli potessero costituire fatto penalmente rilevante.

Tale impostazione non appare condivisibile in quanto troppo esposta a prestare il fianco al concreto pericolo che la responsabilità venga ritenuta sulla sola base dell’assunzione, con l’incarico, di una posizione di garanzia; assunto che, tuttavia, mal si concilia con la contestazione del reato a titolo di dolo.

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Collegamenti con altre pronunce

Cass. Pen., Sez. V, n. 4482 del 28.5.2014 (dep. 27.10.2014)Rv. 261814;

Cass. Pen., Sez. V, n. 37305 del 14.5.2013 (dep. 11.9.2013) Rv. 257608;

 

Avv. Andrea Gaddari

Avv. Francesco Gaspardini