Il fondamento costituzionale dell'irrilevanza penale dell'attribuzione di compensi congrui agli amministratori di una società in crisi (Trib. Milano, sezione GIP, 4 luglio 2017, n. 1475)

Trib. Milano, sezione dei Giudici per le Indagini Preliminari - sentenza 4 luglio 2017 (dep. 31 luglio 2017), n. 1475

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Oggetto del provvedimento

Con la pronuncia in oggetto il tribunale di Milano, ritornando in parte sul noto tema della c.d. bancarotta riparata, giunge all’assoluzione del Consigliere delegato di una società a responsabilità limitata, il quale era stato rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta patrimoniale, poiché – secondo la tesi d’accusa poi sconfessata– si era reso responsabile di preordinate cessioni sottocosto di beni aziendali nonché di auto-attribuzioni di compensi non previsti dallo statuto né deliberati dall’assemblea. Con riferimento a quest’ultima condotta, la motivazione del tribunale riveste carattere di particolare novità nella parte in cui lega il giudizio di irrilevanza penale alla congruità del compenso, prescindendo dunque dall’esistenza di provvedimenti autorizzativi degli organi sociali a ciò deputati.

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Contenuto del provvedimento

All’imputato, Consigliere delegato della fallita, veniva contestata, come anticipato, la bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione. Ciò a fronte anzitutto di un’asserita cessione sottocosto di quote di una società collegata, creata appositamente tre anni prima per la realizzazione di un’operazione di sviluppo immobiliare di un’area rurale; quote che sarebbero state, secondo l’ipotesi accusatoria,  appunto “svendute” a prezzo vile (ovvero, per un corrispettivo di € 1.900.000,00 a fronte di un asserito valore di mercato pari a € 4.858.696,76).

La tesi della pubblica accusa viene invero radicalmente smontata dal giudice di prime cure sulla base dell’errata (in quanto inattuale) stima delle quote operata dal Pubblico ministero: si trattava infatti di quote di partecipazione nei cui confronti era intervenuta una forte svalutazione dovuta alla crisi di settore abbattutasi sul triennio 2006-2009 e il cui valore era pertanto da rideterminarsi al ribasso, al punto tale da rendere il prezzo pattuito assolutamente congruo.

L’irrilevanza penale viene altresì ribadita in relazione alla seconda condotta contestata: la cessione in proprio favore di un contratto di locazione finanziaria di un automobile ad un prezzo ampiamente inferiore al valore di mercato della vettura. In questo caso il ragionamento giudiziale invoca l’istituto, di conio giurisprudenziale, della bancarotta riparata. L’imputato aveva infatti rimpinguato le casse aziendali con plurimi versamenti, nonché estinto molteplici posizioni debitorie della s.r.l., tanto da aver nel complesso più che restituito quanto in precedenza distratto.

Infine, all’imputato veniva contestato di essersi attribuito compensi nell’anno 2009 in assenza di delibere autorizzative. La sentenza in commento sposa in proposito la tesi formulata da un filone giurisprudenziale più “sostanzialista” rispetto a quello tradizionale: nega cioè l’inevitabile e assoluto rilievo penale del prelievo di somme dalle casse sociali a titolo di pagamento di competenze in assenza di atti autorizzativi e dunque in spregio ai dettami dell’art. 2389 c.c. (l’orientamento tradizionale da tempo parla invece di piena integrazione talvolta del reato di bancarotta preferenziale, talaltra del reato di bancarotta patrimoniale per distrazione).

Il giudice di prime cure individua nell’art. 36 Cost. il diritto dell’amministratore, al pari di qualsiasi lavoratore, ad ottenere un compenso congruo alla prestazione erogata, anche qualora la società si trovi ormai in stato di dissesto.

Il prelievo è inidoneo a determinare un vantaggio indebito, poiché assume le vesti di diritto costituzionalmente garantito, con la conseguenza che «ad essere determinante non è tanto la regolarità formale della operazione, quanto la corrispondenza tra la somma appresa e l’attività effettivamente svolta per la società».

Con riferimento a ciò, viene proposto come criterio discretivo il confronto con i compensi percepiti (a seguito di formale delibera) negli anni precedentie con quelli percepiti dagli amministratori di società analoghe. Nel caso di specie, la scelta assolutoria viene giustificata alla luce del fatto che l’imputato aveva percepito un compenso persino inferiore a quello deliberato – secondo tutti i crismi del codice civile – per l’anno precedente (anno peraltro già affetto dal dissesto).

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Collegamenti con altre pronunce

La sentenza in esame, da un lato, ripropone la tesi diffusamente sostenuta dalla giurisprudenza di legittimità in ordine alla c.d. bancarotta riparata (cfr. Cass. pen., 20 ottobre 2015 n. 4790, Cass.pen., 7 luglio 2015 n. 50289, Cass. pen., 4 novembre 2014 n. 52077), dall’altro, pone più rigorosi limiti al sindacato penale sui prelievi di somme per l’attribuzione di compensi agli amministratori, mettendo in luce la rilevanza della congruità dei compensi stessi. Tale adeguatezza deve esserepoi fondata su elementi di confronto che ne consentano un’adeguata e oggettiva valutazione (negli stessi termini Cass. pen., 23 febbraio 2017, n. 17792; contra, invece, ad es. Cass. pen., 10 luglio 2017, n. 48017; Cass. pen., 16 aprile 2010, n. 21570)

 

Lavinia Messori

Dottoranda di ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia