Le operazioni infragruppo e la loro rilevanza nella condotta distrattiva del reato di bancarotta fraudolenta. (Tribunale di Bologna, Sez. I, 23.01.2018, n. 289).

Tribunale di Bologna, Sez. I, 23 gennaio 2018, n. 289

Oggetto del provvedimento:

Con la sentenza in commento il Tribunale di Bologna ha affrontato il controverso tema della rilevanza distrattiva delle operazioni infragruppo compiute dalla società controllante, poi fallita, a mezzo di atti di disposizione di beni, o comunque di trasferimento di risorse, avvenute senza una adeguata contropartita (i c.d. vantaggi compensativi) e che, successivamente, hanno determinato in concreto una lesione degli interessi patrimoniali dei creditori della società impoverita da tali operazioni.

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Il contenuto del provvedimento:

Il processo giunto innanzi al Tribunale di Bologna in composizione collegiale vede coinvolti due imputati – che hanno entrambi rivestito sia la carica di consiglieri e amministratori di un società controllante dichiarata fallita nell’aprile del 2013, sia di amministratori delle società partecipate - per il reato di bancarotta fraudolenta giacché gli stessi, secondo la tesi accusatoria, pur consapevoli dello stato di decozione della holding, distraevano dalla casse sociali ingenti somme di denaro al fine di versarle a titolo di finanziamento infruttifero sprovvisto di garanzie, a talune società controllate dalla stessa fallita.

Da tali finanziamenti, infatti, non sarebbe mai derivato alcun beneficio per le predette società, poiché gli stessi – secondo la tesi sostenuta dal curatore fallimentare – servivano esclusivamente per «placare una vera e propria “sete di denaro” delle società controllate, cronicamente sottocapitalizzate ed incapaci (per varie ragioni) di produrre alcun reddito».

Secondo la tesi difensiva, al contrario, i continui esborsi della società controllante erano volti alla realizzazione di taluni rilevanti progetti, che sarebbero andati a beneficio dell’intero gruppo societario: il tutto in misura tale da escludere la presenza di una condotta effettivamente lesiva degli interessi patrimoniali della società, poi, fallita.

Inoltre, a parere della difesa, nel caso di specie difetterebbe l’elemento psicologico del reato contestato, in quanto, tra le varie motivazioni esposte in sede di discussione, la capogruppo possedeva al momento della presentazione dei citati progetti, un cospicuo patrimonio immobiliare e la mancata realizzazione degli ambiziosi progetti era dovuto al commissariamento del Comune di Bologna (che inizialmente aveva invece appoggiato la attuazione di essi), integrando, dunque e se mai, operazioni manifestamente imprudenti, sanzionabili esclusivamente ai sensi degli artt. 224 e 1217 n. L.F.

 

Nella sentenza in commento, il Giudice di primo grado analizza e ribadisce anzitutto alcuni interessanti principi sulla questione della rilevanza delle operazioni tra società appartenenti allo stesso gruppo, tema che riflette il fuoco della intera motivazione.

Il Tribunale muove le proprie considerazioni respingendo l’ormai nota teoria dei ‘vantaggi compensativi’, precisando che il passaggio di risorse da una società in difficoltà a un’altra che versa in cattive acque non sfugge alla condanna per bancarotta, neppure quando le due società appartengono allo stesso gruppo.

Tuttavia, sul punto, la sentenza precisa come la giurisprudenza di legittimità riconosca indiscutibilmente un qualche valore alle operazioni infragruppo al fine di escludere la condotta distrattiva, ma esclusivamente a precise condizioni, ovvero quando le stesse siano basate su elementi sicuri, pressoché certi e non meramente aleatori o costituenti una semplice aspettativa: circostanze che, a parere del Collegio, sarebbero del tutto carenti nel caso di specie.

Pertanto, a fronte dell'articolata elencazione delle operazioni ritenute distrattive compiuta in sentenza, si è osservato non solo che la società controllante e le controllate, versassero in grave stato di difficoltà economica proprio al momento dell’erogazione dei finanziamenti, ma altresì che tali versamenti costituivano un capitale di rischio (e non invece un capitale di credito), rimborsabili - alla luce della giurisprudenza civile sul tema - in via postergata rispetto al soddisfacimento degli altri creditori sociali.

Ed infatti, una volta accertato in istruttoria che tali somme siano state elargite a società partecipate che non sarebbero mai state in grado di restituirle (assicurando dunque l’esito infausto di tali operazioni), il Tribunale bolognese evidenza la natura fittizia dei bilanci dell’impresa ‘madre’, la quale pareva dapprima avere un patrimonio netto positivo, ma unicamente in ragione del fatto che la stessa non aveva svalutato proprio quei finanziamenti che le società partecipate mai avrebbero reintegrato.

Al di là degli ulteriori spunti fattuali, la sentenza si sofferma infine sull’ulteriore questione giuridica sottesa alla, pur sempre ardua, prova del dolo della bancarotta fraudolenta. Anche su questo punto, orbene, il Giudice di prime cure conferma come, alla luce della decisione della Suprema Corte a Sezione Unite del 2016 (n. 22474), non v’è dubbio che anche nel caso di specie sia stato accertata in sede dibattimentale in capo agli imputati, la cosciente volontà di dare al patrimonio sociale «una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte». Per di più, aggiunge il Tribunale, i due imputati erano consapevoli delle precarie condizioni economiche, non solo della holding ma altresì delle partecipate, in virtù di una serie di ‘indici di fraudolenza’, ravvisati nel caso che ci occupa, talmente evidenti da portare alla manifesta consapevolezza della messa in pericolo dell’integrità del patrimonio da parte di chi ha gestito, ideato ed eseguito tali operazioni.

Tale assunto, concludendo, ha dato lo spunto per sostenere che non possa derubricarsi il fatto in bancarotta semplice, come richiesto dalla difesa, dal momento che le operazioni poste in essere hanno placidamente comportato un notevole impegno sul patrimonio sociale a fronte di un’inesistente prospettiva di vantaggio per la società stessa. Infatti, le operazioni infragruppo potrebbero essere sussunte nella citata fattispecie meno grave solo ove il successo delle stesse dipenda in tutto o in parte dall’alea, che faccia appunto emergere la sproporzione tra rischio e successo.

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Collegamenti con altre pronunce:

Cass. pen., Sez. V, 17.10. 2017, n. 47834; Sez. V, 12/01/2016 n. 30333; Sez. V, 09/05/2012 n. 29036; Sez. V, 06/10/2011 n. 48518; Sez. V, 15.022008, n. 7326.

In dottrina il tema è dibattuto, sul punto: “Tutela penale dell’impresa: bancarotta e operazioni infragruppo” R. Bricchetti, in Dir. Prat. Soc., 2007, fasc. 1, 28 ss.; “Bancarotta fraudolenta, bancarotta semplice e operazioni infragruppo”, R. Bricchetti, in Riv. Trim. dir. pen. ec, 2009; “Bancarotta fraudolenta e vantaggi compensativi: alcune riflessioni sul concetto di ‘distrazione’ nei gruppi” E. Codazzi, in Giur. Comm. 2008, II, 766; “I reati fallimentari”, G.L. Soana, Giuffrè Editore, 317 e ss.

 

Avv. Giulia Maria Bellipario