La rilevanza penale del falso valutativo nelle comunicazioni sociali di un istituto bancario. Il calcolo della soglia di punibilità e il valore delle raccomandazioni di Banca d’Italia nella determinazione del “vero” (Trib. Bo, sent. 20.09.2016, n. 3830)

Tribunale di Bologna, Composizione Collegiale, ud. 20 settembre 2016, mot. 2 novembre 2016, sent. n. 3830/2016.

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Oggetto del provvedimento

La sentenza che si segnala, conclusiva di una complessa vicenda processuale affrontata dal Tribunale di Bologna in tema di false comunicazioni sociali attribuite ai vertici di un istituto bancario, presenta molteplici profili di interesse. Tra questi, tuttavia, due sono le problematiche sulle quali sembra il caso di soffermare principalmente l’attenzione: in primo luogo, se la soglia di punibilità del 10 per cento prevista dalla pregressa formulazione dell’art. 2622 c.c. vada riferita ad una delle “voci” del bilancio elencate dal codice civile o se, invece, possa – in chiave ovviamente meno favorevole per gli imputati – essere calcolata in relazione alla “sotto-voce” nella quale si annida la presunta falsità; in secondo luogo, quale incidenza acquisiscano, nella determinazione della falsità di una valutazione su crediti concessi da una banca, i rilievi formulati all’esito di un’ispezione da parte degli ispettori di Banca di Italia.

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Contenuto del provvedimento

Agli amministratori, al direttore generale ed ai sindaci di un istituto bancario erano addebitati i reati di truffa (art. 640 c.p.), false comunicazioni sociali (art. 2622 c.c.), aggiotaggio (art. 2637 c.c.) e falso in prospetto (art. 173 bis D.Lgs. n. 58/1998). In realtà, come osservato anche nella motivazione, a costituire il perno dell’accusa era proprio il “falso in bilancio”, la cui condotta veniva richiamata anche nella struttura degli altri capi di imputazione. Nella specie, infatti, veniva contestato agli imputati di aver occultato nel bilancio chiuso al 31.12.2008 una maggior perdita di esercizio superiore di diversi milioni a quella effettivamente rappresentata, con la conseguente erronea ricostruzione del Patrimonio di Vigilanza. Nella prospettiva accusatoria, questa asserita falsa rappresentazione dei dati contabili sarebbe stata cagionata da una mancata svalutazione di alcuni “crediti verso la clientela” considerati “a rischio”, svalutazione la cui necessità sarebbe stata segnalata dagli ispettori di Banca d’Italia all’esito di un’ispezione condotta presso l’istituto proprio nel periodo di approvazione del bilancio. L’erronea contabilizzazione dei crediti vantati nei confronti dei clienti – di qui la contestazione anche del reato di truffa, rispetto alla quale il bilancio non veritiero costitutiva uno degli “artifizi” – sarebbe stata realizzata allo scopo di indurre in errore i destinatari del bilancio, ed in particolare i soci, convinti a sottoscrivere l’aumento di capitale deliberato poco dopo la chiusura del bilancio, così cagionando loro un danno patrimoniale. Anche l’accusa di aggiotaggio, comunque, poggiava sulla medesima condotta materiale, costituita dalla diffusione delle “false notizie” contenute nel bilancio mediante la sua approvazione. Con riguardo al “falso in prospetto”, invece, l’accusa era quella di aver occultato, così come già avvenuto nel bilancio, i rilievi mossi dagli ispettori di Banca di Italia sulla situazione economica della Banca.

 

Dopo un analitico resoconto delle risultanze processuali, la motivazione prende le mosse interrogandosi sulla rilevanza penale del c.d. “falso valutativo” alla luce della nuova disciplina del delitto di false comunicazioni sociali introdotta nel 2015 (l. n. 69). Sul punto giova segnalare che, da quanto si apprende leggendo la sentenza, il processo era stato sospeso in attesa della pronuncia delle Sezioni Unite sull’argomento, che, come noto, ha stabilito la continuità dell’incriminazione delle stime false contenute nel bilancio (sul punto, Cass. Sez. Un., 31 marzo 2016, pubblicata su DPEI con nota di L. Foffani).

Riaffermata la punibilità del falso valutativo, il Collegio, ritenendo espressamente (p. 39) ed indubbiamente più favorevole la disciplina del 2002, ha evidenziato l’insussistenza dell’ipotesi delittuosa contestata sulla base del comma 8 della precedente formulazione dell’art. 2622 c.c., a norma del quale «in ogni caso il fatto non è punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta».

Nel caso di specie – si legge in motivazione – tale soglia del 10 per cento era stata determinata in modo erroneo dall’accusa, che, in un primo momento, aveva calcolato l’incidenza percentuale della maggior perdita sull’importo della perdita esposto nel bilancio (poco più di 4 milioni su 9 milioni: evidentemente ben oltre il 10 per cento) e, successivamente, sul monte “crediti deteriorati” (circa 40 milioni: 10,42 per cento). Il Tribunale, in linea con la dottrina prevalente, ha ritenuto che il limite del 10 per cento debba essere riferito alla singola posta tipica del bilancio, vale a dirsi alle voci previste negli artt. 2424 e 2425 del codice civile, e quindi, nel caso in esame, alla voce “crediti verso la clientela” e non, come prospettato dall’accusa, ad una “sotto-voce” della stessa come i “crediti deteriorati”. I crediti verso la clientela iscritti nel bilancio della banca erano superiori ai 260 milioni, di talché l’ulteriore perdita non stimata dagli imputati di 4 milioni (risultante dalla sottrazione della voce di bilancio ritenuta corretta da quella erronea) costituiva solo l’1,6 per cento e, pertanto, decisamente sotto la soglia di punibilità. «Certo, – ha osservato il Collegio, in risposta al consulente del Pm secondo il quale tale interpretazione sarebbe eccessivamente benevola per gli istituti bancari – non può mancare di osservarsi come una simile conclusione possa in concreto favorire le imprese di maggiori dimensioni, generando una fascia di impunità; tuttavia, non può interpretarsi la norma in modo da violare i principi di legalità e di tassatività della legge penale» (p. 42). Del resto, una diversa interpretazione, magari incentrata sul calcolo della soglia in relazione a singole “sotto-voci”, condurrebbe spesso e volentieri anche ad esiti assurdi, tra cui, ad esempio, quello di considerare “falsa” una scrittura contabile milionaria sulla base di una mancata svalutazione di un credito di mille euro.

Chiarito questo primo profilo, già sufficiente per stabilire l’assoluzione degli imputati (perlomeno con riguardo al reato di false comunicazioni sociali), forse con un’inversione rispetto all’ordine logico della trattazione, la sentenza passa poi ad esaminare la correttezza della valutazione dei crediti contestata dall’accusa. A giudizio del Tribunale, su questo punto la tesi accusatoria risentiva «di un difetto di fondo», consistente, in sostanza, nell’aver utilizzato quale unico parametro per stabilire la non conformità al vero della scrittura contabile le risultanze dell’ispezione effettuata da Banca d’Italia (lo stesso consulente del Pubblico Ministero, nel corso dell’istruttoria, aveva ammesso di essersi attenuto ai criteri degli ispettori).

A ben vedere, però, le valutazioni operate dai due diversi soggetti – gli amministratori da una parte e gli ispettori dall’altra – non possono che risentire delle rispettive finalità che, per forza di cose, non possono che essere notevolmente differenti. Il compito conferito dalla legge (D. Lgs. n. 385/1993) agli ispettori della Banca d’Italia non è, infatti, la quantificazione delle voci di bilancio più aderente alla realtà, compito del quale, d’altronde, sono già investiti gli stessi amministratori, quanto piuttosto quello di pervenire, attraverso la valutazione delle voci di bilancio, alla quantificazione di un prudente patrimonio di vigilanza. Pertanto, «l’ottica nella quale si muove la Banca d’Italia non coincide necessariamente con quella della veridicità delle comunicazioni sociali». Non a caso, quello posto in essere dagli ispettori di quest’ultima si risolve in un controllo “a campione” della contabilità (anche nel caso di specie, infatti, avevano preso in esame soltanto 57 posizioni creditorie: nemmeno il 40 per cento).

Questa diversità di prospettive, come naturale, viene a riflettersi anche sul piano della disciplina di riferimento delle due valutazioni. Come rilevato dalla sentenza, infatti, tra i principi contabili utilizzati dalla banca ed i criteri prudenziali accolti dal secondo accordo di Basilea del 2004 e applicati dagli ispettori vi è una sensibile divergenza. Ciò è evidente, ad esempio, sul piano dell’incidenza sul bilancio di perdite determinate da “eventi futuri e probabili”. Le valutazioni ispettive sono fondate su tali “previsioni di perdite”, le quali, al contrario, non trovano ospitalità nei bilanci redatti sulla base dei principi IAS 37 e 39 («le perdite attese come risultato di eventi futuri, indipendentemente dalla loro probabilità non sono rilevate»), ai quali – secondo quanto ricostruito nel corso del procedimento – amministratori e sindaci della banca si erano correttamente attenuti.

La sentenza, allora, conclude: «ai fini della stima delle perdite su un’attività finanziaria, occorre tenere conto solo di eventi obbiettivi di perdita già verificatisi al momento della redazione della situazione contabile di riferimento e non anche quelli che potranno verificarsi in futuro. Le perdite attese come risultato di un evento futuro non sono contabilizzate. Soltanto nell’ipotesi in cui il credito, dopo la prima iscrizione, presenti qualche obiettiva evidenza di una riduzione di valore, si deve procedere alla sua svalutazione in sede di bilancio». Peraltro, in motivazione viene segnalato – in termini positivi – come le indicazioni degli ispettori di Banca d’Italia circa la possibilità di una successiva svalutazione di alcuni crediti fossero state correttamente riportate dagli amministratori nella nota integrativa al bilancio.

Dall’erosione del “falso”, successivamente, la motivazione fa discendere l’infondatezza anche degli altri capi di accusa, rispetto ai quali esso fungeva da “presupposto”. La conformità al vero del bilancio, infatti, ha privato la truffa dell’elemento del “raggiro”, l’aggiotaggio della “falsa notizia” ed ha inciso anche sulla falsità del prospetto, che, ad ogni modo, non conteneva altri elementi di falsità. Sulla base, quindi, di questi argomenti, il Tribunale di Bologna ha assolto tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”, formula che ha inibito anche le pretese risarcitorie delle numerose parti civili costituite. Sul punto, proprio in conclusione, la sentenza chiosa: «al riguardo, il Collegio si limita ad osservare come qualche perplessità desti la stessa opzione di costituirsi parte civile nel processo penale, sede nella quale, a fronte di ipotesi delittuose caratterizzate essenzialmente dal dolo, il terreno di indagine risultava necessariamente circoscritto e non potevano prospettarsi altri, forse più proficui, profili di responsabilità, osservando come in tema di inadempimento colpevole gli attori avrebbero potuto giovarsi di un regime probatorio sicuramente loro più favorevole».

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Collegamenti con altre pronunce (e riferimenti dottrinali)

Cass. Sez. Un., 31 marzo 2016, qui pubblicata con nota di L. Foffani.

Sulla nuova disciplina del falso in bilancio ed il problema della rilevanza penale del falso valutativo, A. Manna, Il nuovo delitto di false comunicazioni sociali (tra law in the books and law in action): cronaca di una discutibile riforma (artt. 2621-2622 c.c.), in (a cura di) A. Cadoppi, S. Canestrari, A. Manna, M. Papa, Diritto penale dell’economia, Milano, 2017; C. Benussi, I nuovi delitti di false comunicazioni sociali e la rilevanza penale delle false valutazioni, in www.dirittopenalecontemporaneo.it, 15 luglio 2016.

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Sullo specifico problema della riferibilità della soglia del 10 per cento non risultano pronunce giurisprudenziali. In dottrina, sul punto, invece R. Zannotti, Il nuovo diritto penale dell’economia, Milano, 2008.

 

Gian Marco Caletti,

Dottorando di ricerca in diritto penale, Università di Bologna
Avvocato