Diritto penale societario e fallimentare

Ardua la prova dell'errore determinato dall'altrui inganno nei reati di bancarotta societaria(Trib. di Bologna, sent. 2015 n. 1038)

All’amministratore di una società a responsabilità limitata, dichiarata fallita, venivano ascritti (i) alcuni episodi distrattivi di beni ( rectius : del controvalore in denaro di questi) e di denaro della società fallita, operato mediante prelievi bancari (ii) una falsità nelle comunicazioni sociali che avrebbe concorso a causare il fallimento della società, avendo rappresentato un seppur minimo utile di esercizio in luogo di una perdita consistente (iii) la cattiva tenuta delle scritture contabili, in modo tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio e il movimento degli affari nonché, da ultimo (iv) l’aggravamento del dissesto non avendo richiesto il fallimento della società medesima.

Lo stato di insolvenza ed il conflitto di interessi quali presupposti, rispettivamente, della bancarotta preferenziale e della bancarotta fraudolenta da infedeltà patrimoniale (Trib. Bologna, sent. n. 1673/17)

Con la sentenza in commento il Tribunale di Bologna ha assolto i tre membri del C.d.A. di una s.r.l. dichiarata fallita nel 2012 dalle accuse di bancarotta preferenziale ex artt. 216, comma 3, e 223 L. Fall. (Capo A) e di bancarotta fraudolenta ex artt. 223, comma 2, L. Fall. in relazione all’art. 2634 C.c. (Capo B), sollevate nei loro confronti. In particolare, erano stati oggetto di rimprovero da parte della Procura – da un lato – il pagamento di alcuni canoni mensili per la locazione dell’immobile, di proprietà di una Società riconducibile agli stessi imputati, ove la fallita esercitava la propria attività sociale, e – dall’altro – il preteso aggravamento del dissesto in conseguenza della prosecuzione dei rapporti commerciali con una terza Società, in grave stato di illiquidità, della quale risultava essere amministratore proprio uno degli imputati.

La responsabilità omissiva degli amministratori “senza delega” per il mancato impedimento del reato posto in essere dagli amministratori delegati (Trib. di Bologna, sent. 2017 n. 4911)

La sentenza in commento si occupa della questione, sempre attuale, della responsabilità omissiva degli amministratori “senza delega” per il mancato impedimento del reato posto in essere dagli amministratori delegati. In ossequio al prevalente orientamento della Suprema Corte, per il Tribunale felsineo “ ai fini della responsabilità penale dell’amministratore privo di delega per fatti di bancarotta fraudolenta, non è sufficiente la presenza di dati (c.d. segnali d’allarme) da cui desumere un evento pregiudizievole per la società o almeno il rischio della verifica di detto evento, ma è necessario che egli ne sia concretamente venuto a conoscenza ed abbia volontariamente omesso di attivarsi per scongiurarlo ”.

Senza la prova del danno (patrimoniale) ai soci, gli amministratori non rispondono del reato di impedito controllo di cui all’art. 2625, n. 2, c.c. (Tribunale di Rimini, sent. 11 luglio 2017)

Il Tribunale di Rimini (in composizione collegiale), a conclusione del giudizio di primo grado, ha assolto l’amministratore unico di una società a responsabilità limitata dall’ipotesi delittuosa oggetto di contestazione (art. 2625, n. 2, c.c.) con la formula dubitativa di cui all’art. 530, comma 2, c.p.p. “perché il fatto non sussiste”. Alla base della decisione vi è il mancato raggiungimento della prova dell’esistenza di un danno al socio che ha sporto la querela, derivato causalmente dalla condotta di impedito controllo lamentata dallo stesso.

Sentenza di assoluzione per i membri del Collegio Sindacale in ordine al reato di false comunicazioni sociali (GUP Rimini, sent. 12 luglio 2016).

La sentenza in commento affronta la questione del ruolo esercitato dai membri del Collegio Sindacale in relazione alla possibile configurabilità di una responsabilità per il delitto di false comunicazioni sociali in concorso ai sensi dell’art. 40, c. 2 c.p. con i componenti del Consiglio di Amministrazione di un istituto bancario.

Il fondamento costituzionale dell'irrilevanza penale dell'attribuzione di compensi congrui agli amministratori di una società in crisi (Trib. Milano, sezione GIP, 4 luglio 2017, n. 1475)

Con la pronuncia in oggetto il tribunale di Milano, ritornando in parte sul noto tema della c.d. bancarotta riparata, giunge all’assoluzione del Consigliere delegato di una società a responsabilità limitata, il quale era stato rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta patrimoniale, poiché– secondo la tesi d’accusa poi sconfessata– si era reso responsabile di preordinate cessioni sottocosto di beni aziendali nonché di auto-attribuzioni di compensi non previsti dallo statuto né deliberati dall’assemblea. Con riferimento a quest’ultima condotta, la motivazione del tribunale riveste carattere di particolare novità nella parte in cui lega il giudizio di irrilevanza penale alla congruità del compenso, prescindendo dunque dall’esistenza di provvedimenti autorizzativi degli organi sociali a ciò deputati.

La rilevanza penale del falso valutativo nelle comunicazioni sociali di un istituto bancario. Il calcolo della soglia di punibilità e il valore delle raccomandazioni di Banca d’Italia nella determinazione del “vero” (Trib. Bo, sent. 20.09.2016, n. 3830)

La sentenza che si segnala, conclusiva di una complessa vicenda processuale affrontata dal Tribunale di Bologna in tema di false comunicazioni sociali attribuite ai vertici di un istituto bancario, presenta molteplici profili di interesse. Tra questi, tuttavia, due sono le problematiche sulle quali sembra il caso di soffermare principalmente l’attenzione: in primo luogo, se la soglia di punibilità del 10 per cento prevista dalla pregressa formulazione dell’art. 2622 c.c. vada riferita ad una delle “voci” del bilancio elencate dal codice civile o se, invece, possa – in chiave ovviamente meno favorevole per gli imputati – essere calcolata in relazione alla “sotto-voce” nella quale si annida la presunta falsità; in secondo luogo, quale incidenza acquisiscano, nella determinazione della falsità di una valutazione su crediti concessi da una banca, i rilievi formulati all’esito di un’ispezione da parte degli ispettori di Banca di Italia.

Pagamenti "per prendere respiro" e bancarotta riparata nel prisma della carenza di autonomia patrimoniale (Trib. Ancona, sent. n. 195/2017)

Con la pronuncia in oggetto il tribunale di Ancona prende posizione in ordine alle fattispecie di bancarotta fraudolenta per distrazione, bancarotta documentale semplice e ricorso abusivo al credito – per le quali giunge a un esito assolutorio – condannando l’imputato per la sola ipotesi di bancarotta fraudolenta preferenziale. Le condotte contestate, trovando tutte origine in seno a un’impresa individuale, hanno condotto il Collegio a valutare la rilevanza, ai fini della punibilità, dell’inesistenza di un patrimonio separato. Rimarchevoli sono poi le riflessioni svolte in motivazione a proposito del noto fenomeno della c.d. bancarotta riparata nonché riguardo all’elemento soggettivo che deve necessariamente animare il soggetto attivo nell’ipotesi preferenziale.

Il concorso omissivo in bancarotta fraudolenta (G.U.P. di Bologna, sent. 21 novembre 2016 n. 2130)

Nel procedimento in esame, venivano contestate plurime condotte di bancarotta a carico dei membri del C.d.A. e ai componenti del Collegio Sindacale di una società cooperativa a responsabilità limitata prima ammessa alla procedura di liquidazione coatta amministrativa e successivamente fallita in data 25.2.2014. Il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Bologna ha pronunciato sentenza di condanna in ordine a tutti i capi di imputazione per i due imputati che hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato, disattendendo la tesi difensiva fondata sulla mancanza di consapevolezza in capo ad entrambi circa il reale andamento delle vicende societarie e, dunque, dei fatti di bancarotta posti in essere in ipotesi accusatoria.

La bancarotta per dissipazione nella ‘vicenda Alitalia’ (Trib. Roma, sezione VI, 28 settembre 2015 - dep. 10 ottobre 2015 -, n. 14243).

Con la pronuncia in oggetto il tribunale romano ha affermato la penale responsabilità di taluni soggetti intranei al gruppo Alitalia, ritenendo sussistente il reato di bancarotta fraudolenta per dissipazione ogniqualvolta sia riscontrabile una condotta contraria alle finalità aziendali ovvero una dispersione di risorse aziendali – che altrimenti sarebbero rimaste nell’alveo del patrimonio del debitore a garanzia delle ragioni creditorie – immotivata ed incoerente dal punto di vista economico-aziendale, tanto da porsi al di fuori di obiettivi e principi economici aziendali perseguibili, senza che sia tuttavia necessario che la stessa si riveli causativa di un danno né, tantomeno, del dissesto. L’intera decisione poggia sulla considerazione di fondo secondo la quale la gestione d’impresa è attività che trascende il mero interesse imprenditoriale del singolo laddove si sia in presenza di un’attività economica di dimensioni e rilevanza tali da travalicare i confini dell’attività commerciale specifica, per coinvolgere interessi economici esterni ai soggetti direttamente interessati e determinare dirette ripercussioni sull’economia statale e sulla collettività. Tanto da affermare che maggiore è l’interesse pubblico connesso alle vicende societarie, maggiore prudenza sarà richiesta all’imprenditore nel formulare le scelte decisionali di gestione dell’azienda stessa, perché maggiori saranno gli effetti sociali ed economici connessi indirettamente alle sue scelte, tanto da poter parlare – in ipotesi di condotte criminose – di reati contro l’economia pubblica.