Emissione e utilizzazione di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti (Corte d’Appello di Milano, Sez. II Penale, 16 marzo (dep. 12 maggio) 2016, n. 2129)

 

Corte d’Appello di Milano, Sez. II Penale, 16 marzo (dep. 12 maggio) 2016, n. 2129

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Oggetto del provvedimento

Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2 d.lgs. n. 74/2000) e utilizzazione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 8 d.lgs. n. 74/2000).

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Contenuto del provvedimento

Nell’ambito di un’operazione ritenuta finalizzata alla presentazione di dichiarazioni fraudolente da parte di società operanti nel settore del commercio di materiali ferrosi, il Tribunale di Monza condannava taluni imputati per i reati di associazione per delinquere (art. 416 c.p.) ed emissione di fatture per operazioni inesistenti (art. 8 d.lgs. n. 74/2000); un altro soggetto, invece, veniva condannato per il solo reato tributario di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (art. 2 d.lgs. n. 74/2000). La Corte d’Appello di Milano, rilevata l’intervenuta prescrizione delle più risalenti ipotesi criminose, ha rideterminato la pena inflitta in primo grado per i residui reati.

 

Infondate sono state ritenute le eccezioni di nullità del capo d’imputazione per indeterminatezza relative ai reati tributari. Richiamando la pronuncia della Cassazione n. 6102 del 15.1.2014, invero, la Corte d’Appello ha precisato che la mancanza nel capo d’imputazione di una specifica e analitica indicazione di tutte le fatture ritenute falsificate o contraffatte non comporta alcuna genericità o indeterminatezza delle contestazione allorché i documenti siano agevolmente identificabili attraverso il richiamo ad una categoria omogenea che ne renda comunque possibile l’individuazione.

Neppure si è ritenuto che l’indicazione delle singole fatture sia necessaria per valutare il superamento o meno della soglia di punibilità di cui all’art. 2, co. 3, d.lgs. n. 74/2000, vigente all’epoca dei fatti.

Passando al merito delle contestazioni, la Corte d’Appello precisa anzitutto che «la fattura deve intendersi falsa se non corrisponde nel quantum del prezzo e del fornito, né può dirsi “parzialmente veritiera” se comunque con essa un po’ di materiale viene ceduto, essendo ogni documento destinato a provare in modo preciso natura e quantità della merce compravenduta». In ogni caso, si evidenzia come la giurisprudenza di legittimità non esclude la sussistenza del reato in caso di emissione di fatture soggettivamente inesistenti: ciò sulla base dell’assunto dell’indeducibilità di costi e spese esposti in fatture riferite a soggetti diversi da coloro i quali hanno effettivamente fornito la prestazione (Cass. pen., 7.7.2015, n. 42994; Cass. pen., 22.1.2015, n. 31628). La Corte ritiene inoltre di dover disattendere l’assunto difensivo secondo cui i reati di frode fiscale mediante utilizzazione di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti sarebbe depenalizzato a seguito dell’introduzione della norma di cui all’art. 8 del d.l. 2 marzo 2012, n. 16, convertito nella l. n. 44 del 2012 di modifica dell’art. 14, co. 4 bis, della l. n. 537 del 1993. Sul punto, invero, la Cassazione ha precisato che «la disposizione si è limitata a stabilire una regola per le procedure di accertamento tributario ai fini delle imposte sui redditi, stabilendo che non concorrono alla formazione del reddito oggetto di rettifica i componenti positivi direttamente afferenti a spese o altri componenti negativi relativi a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati, entro i limiti dell'ammontare non ammesso in deduzione, norma che non ha alcun riflesso sulle disposizioni penali relative all'incriminazione di condotte fraudolente quali quelle contestate ai ricorrenti. Del resto, nessun richiamo il D.L. n. 16 del 2013 ha operato al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 1, lett. a), il che, si è detto, è quantomeno singolare ove si fosse realmente inteso depenalizzare l'emissione o l'utilizzazione di fatture soggettivamente inesistenti tenuto conto del dibattito alimentato in dottrina sulla rilevanza penale di quest'ultima condotta, da alcuni esclusa sotto il profilo, fatto proprio, come già visto sopra, anche dai ricorrenti, della mancanza di offensività in relazione alla assenza di lesione dell'interesse tutelato dalla norma incriminatrice allorquando i costi siano stati dedotti legittimamente perché inerenti alla produzione del reddito e realmente sostenuti» (Cass. pen., 17.10.2013, n. 47471).

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Collegamenti con altre pronunce

Nel senso che la modifica dell'art. 14, co. 4 bis, l. n. 537 del 1993 riguarda le sole procedure di accertamento tributario ai fini delle imposte sui redditi e non ha alcuna incidenza sulle condotte di dichiarazione fraudolenta e di emissione di fatture per operazioni inesistenti punite, rispettivamente, dagli artt. 2 e 8 d.lgs. n. 74 del 2000, si vedano Cass. pen., 24.4.2013, n. 41694; Cass. pen., 27.3.2013, n. 29061; Cass. pen., 4.4.2012, n. 40559.

 

Enrico Amati