Frodi, marchi, sicurezza alimentare e del prodotto

Turbata libertà del commercio ( art. 513 c.p.): natura giuridica, elemento soggettivo e accertamento del danno (Tribunale di Verbania, sent. 26 ottobre 2017)

Con la sentenza in commento il Tribunale di Verbania ha condannato l’imputato per il delitto di cui all’art. 513 cod. pen. ( turbata libertà dell’industria o del commercio ), fattispecie di infrequente applicazione, che reprime la condotta di chi adopera violenza sulle cose o mezzi fraudolenti per turbare l’esercizio di un’industria o di un commercio. La pronuncia si segnala, oltre che per la sua adesione alle prevalenti tesi giurisprudenziali e dottrinali in punto di bene giuridico tutelato ed elemento psicologico richiesto dal reato in discussione, anche per l’ampio rilievo riservato nell’impianto motivazionale all’accertamento del danno (in una fattispecie di pericolo), conseguente alla avvenuta costituzione di parte civile.

Il contesto lecito/illecito è irrilevante per la condanna ex art. 416 c.p. in ambito affaristico-agro-alimentare (o no?) (Trib. di Siena Sent. n. 173 del 2017)

Con la pronuncia in oggetto il Tribunale di Siena si sofferma su un caso piuttosto complesso concernente frodi in commercio e altri reati minori commessi da alcuni componenti di un’azienda operante nel settore dell’olio. Tra i vari capi d’imputazione, la sentenza è di particolare interesse per via della prima condanna per associazione per delinquere (416 c.p.) in contesto prevalentemente lecito d’impresa agro-alimentare.

Contraffazione e alterazione di denominazioni d’origine e indicazioni geografiche (Cass. Pen., Sez.III, 8 luglio 2016, n. 28354)

Con la recente sentenza dell’8 luglio 2016 n. 28354, la Terza Sezione della Corte di Cassazione si è pronunciata su una vicenda concernente il sequestro preventivo di bottiglie di vino recanti indicazioni di provenienza ingannevoli per consumatori. Il giudice di legittimità ha così avuto modo di esprimersi innovativamente sulla qualificazione del delitto di contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari, di cui all’art. 517 quater del codice penale.

Venditori ambulanti. Cattivo stato di conservazione “estrinseca” degli alimenti (ex art. 5, comma 1, lett. b. l. 283/62) e tentata frode nell’esercizio del commercio (art. 515 c.p.).

In data 23/7/2015 il personale in servizio presso il Corpo Forestale della Valle d'Aosta si recava in Antey-Saint-André (AO), presso il banco di vendita ambulante aperto dall'impresa individuale V.L.G. e trovava, esposti per la vendita, salumi e formaggi tipici in stato del tutto precario. I due imputati (V.L.G. e A.A.) venivano tratti a processo per i reati di cui agli artt. 110 c.p. e 5 lett. b) della L. n. 283 del 1962, perché in concorso fra loro, detenevano per la vendita prodotti alimentari in cattivo stato di conservazione; per il reato di cui agli artt. 56, 110, 515 c.p. perché, in concorso tra loro, compivano atti idonei e diretti in modo non equivoco a consegnare agli acquirenti cose mobili diverse da quanto dichiarato per origine, provenienza e qualità; e per il reato di cui agli artt. 110, 44 lett. a) D.P.R. n. 380 del 2001 perché, in concorso fra loro, collocavano in zona "Eg8", preclusa alle attività commerciali dal P.R.G. comunale, una roulotte utilizzata in modo tale da soddisfare esigenze permanenti di tipo commerciale.

Alimenti mal conservati e art. 5, comma 1, lett. b. l. 283/62. (Trib. Napoli Nord, sez. I, 26/09/2016, n. 1813)

Il giorno 27.2.2014 in Afragola (NA), le forze dell’ordine notavano a bordo via un tavolino con diversi pezzi di pane sopra esposti, una cesta contenente altri alimenti dello stesso genere e accanto la presenza di un uomo. Si trattava di 19 “pagnotte di pane” di circa un chilogrammo l’una: nessuna di esse era imbustata o etichettata, e tutte risultavano prive di qualsiasi indicazione di provenienza. Il pane non appariva alterato, insudiciato o invaso da parassiti. I dubbi si avevano, invece, sulla presenza di un “cattivo stato di conservazione”.

La fattispecie depenalizzata delle fallaci indicazioni d’origine ex art.4, co. 49 bis, l. 350/2003 (Cass. Pen., Sez.III, 6 novembre 2014)

Con il provvedimento in esame, la Corte di Cassazione annullava senza rinvio la sentenza con cui la Corte d'Appello di Milano condannava V.M. per il delitto di cui all’art. 517 cod. pen. (in relazione all’art. 4, comma 49, della legge n.350 del 2003), per avere importato un numero rilevante di portafogli prodotti in Cina e riportanti il marchio “La Gamma Italy”; circostanza che, nel caso di specie, è stata ritenuta idonea a trarre in inganno i consumatori rispetto alla reale origine degli oggetti in questione. Ma la Suprema Corte, pur confermando la decettività dell’etichetta riportante il segno “ italian sounding ”, riteneva il fatto rientrante nell’illecito amministrativo di cui all'art. 4, comma 49 bis della legge n. 350/2003, specificando che l’importatore non aveva apposto sui portafogli alcuna etichetta fallace, bensì semplicemente un’etichetta raffigurante il proprio marchio.