Corruzione internazionale e mercimonio di un atto conforme ai doveri dell’ufficio (Corte App. Mi, sent. 7 apr 2016)

 

Corte di Appello di Milano, Sezione II penale, 7aprile 2016, est. Maiga

*** *** ***

Oggetto del provvedimento

A) Condanna in appello per fatti di corruzione ex art. 322-bis, comma 2, n. 2, in relazione a tangenti versate a pubblici ufficiali indiani per l’aggiudicazione di una commessa pubblica, e  compatibilità con la corruzione ex art. 318 c.p.

B) Principi in materia di “equo processo” stabiliti dall’art. 6 CEDU, come interpretato dalla Corte EDU nella sentenza del 5 luglio 2011, Dan c/Moldavia.

*** *** ***

Contenuto del provvedimento

Gli imputati, consigliere delegato e amministratore delegato di una multinazionale italiana (Augusta Westland s.p.a., gruppo Finmeccanica), sono stati condannati in appello per i delitti di corruzione internazionale ex art. 322-bis, comma 2, n. 2, c.p. e dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (art. 2 d.lgs. n. 74/2000), in relazione a tangenti versate per l’aggiudicazione nel 2010 a favore di AugustaWestland International Ltd di una gara d’appalto del valore di 556 milioni di euro,avente ad oggetto la fornitura di 12 elicotteri Aw101 al governo indiano, da destinare al trasporto di alte personalità governative.

In primo grado gli imputati erano stati assolti dal delitto di corruzione internazionale e condannati in relazione al solo capo di imputazione concernente il reato tributario.

La sentenza di appello, nel confermare la condanna in relazione a quest’ultimo illecito, ha ribaltato l’assoluzione disposta per la contestata corruzione internazionale. Gli imputati sono stati così condannati, rispettivamente, a 4 anni e 6 mesi di reclusione e 4 anni di reclusione, senza sospensione condizionale, più la confisca di 7,5 milioni di euro e una provvisionale di oltre 300.000 euro da versare alla parte civile Agenzia delle entrate.

Secondo l’ipotesi accusatoria corruttiva, una parte delle presunte tangenti sarebbero state originate da contratti di consulenza fittizi stipulati da AugustaWestland s.p.a.(AW) con una società avente sede in Tunisi e facente capo ad un italoamericano residente in Svizzera, ritenuto il principale mediatore dell’accordo corruttivo. Quest’ultimo, in particolare, avrebbe informato l’AD di AugustaWestland delle ottime possibilità di successo nella gara dovute ai rapporti tra un suo socio svizzero e tre imprenditori indiani, cugini dell’allora Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica indiana.

Per creare la provvista finalizzata alla datio corruttiva si sarebbe fatto ricorso anche ad altri contratti schermo con società residenti a Mauritius, Londra e Dubai, aventi ad oggetto servizi ingegneria e consulenza.

Le persone fisiche condannate, secondo la sentenza di appello, avevano assunto un ruolo personale e diretto nell’instaurare i rapporti con gli intermediari del patto corruttivo, anche stabilendo la misura della percentuale loro riconosciuta (comprensiva del costo corrispondente al “prezzo” della corruzione).

Secondo il Giudice di prime cure, l’istruttoria dibattimentale non aveva “consentito di acquisire né il riscontro dell’accordo corruttivo tra il p.u. straniero e gli imputati, né l’individuazione dell’atto contrario ai doveri d’ufficio, e neppure l’effettivo pagamento del p.u. straniero corrotto, mentre “le prove dichiarative e documentali acquisite” avrebbero “trovato una ricostruzione (logica e fattuale) in chiave alternativa lecita””.Tra l’altro, secondo il Tribunale di Milano, il funzionario corrotto, all’epoca dei fatti, non era nella posizione di influenzare il processo decisionale rilevante, considerato che le determinazioni in merito alle caratteristiche del bando di gara spettavano ad altri organi collegiali dell’amministrazione indiana.

A) La Corte di appello, invece, stigmatizzando come gravemente carente la valutazione del materiale probatorio operata dai primi giudici, ha ritenuto dimostrato il factum sceleris. Al contempo, però, ha riqualificato come conforme ai doveri d’ufficio l’atto oggetto dei fatti corruttivi contestati: l’autorizzazione rilasciata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica indiana all’abbassamento dei requisiti operativi, poi confluiti nel bando di gara,concernenti la quota operativa di volo (passata da 6000 a 4500 metri), che aveva consentito ad AW di partecipare alla procedura e aggiudicarsi l’appalto. Secondo la Corte, infatti, non sussistevano “elementi di certezza per affermare – al di là di ogni ragionevole dubbio – che la riduzione della quota operativa fu scelta contraria all’interesse pubblico”, nonostante l’illiceità della condotta del funzionario corrotto,che aveva ricevuto ingenti compensi indebiti per intervenire in favore di AW “nell’iter di formazione del bando con atti specifici al fine di assicurare alla predetta di partecipare alla gara ed aggiudicarsi la commessa”.

Secondo il giudice di appello, la corruzione impropria antecedente descritta dall’art. 318 c.p. (dal 2012 “corruzione per l’esercizio delle funzioni”) “rientra certamente nel novero delle condotte sanzionate dall’art. 322-bis, comma 2, n. 2 c.p.”. In quest’ottica, il fine di vantaggio indebito (dolo specifico) richiesto dalla fattispecie sarebbe compatibile anche con la corruzione per un atto d’ufficio, purché – come nel caso sub iudice – la condotta offenda comunque il bene tutelato della leale concorrenza tra competitori su mercati esteri.

La questione della compatibilità dell’incriminazione in discorso con la corruzione per un atto conforme (ora per l’esercizio delle funzioni) è ampiamente dibattuta anche a livello dottrinale. Ad una tesi che ritiene la nozione di “vantaggio indebito” conciliabile solo con l’ottenimento di un atto contrario ai doveri d’ufficio, se ne contrappone un’altra che rileva come anche un atto di per sé conforme ai doveri del pubblico agente potrebbe essere realizzato con modalità tali da favorire indebitamente l’extraneus alla p.a.. Quest’ultima tesi trova ulteriore conforto – quantomeno per i fatti commessi dopo l’entrata in vigore della l. 3 agosto 2009, n. 116 – nell’inciso “ovvero al fine di ottenere o di mantenere un’attività economica finanziaria”, che la predetta novella ha affiancato, in seno all’art. 322-bis, comma 2, n. 2, c.p., all’espressione “per procurare a sé o ad altri un indebito vantaggio in operazioni economiche internazionali”.

In giurisprudenza non si rinvengono precedenti in termini.

B) In secondo luogo, la Corte di appello milanese ha escluso la violazione dei principi in materia di “equo processo” stabiliti dall’art. 6 CEDU, come interpretato dalla Corte EDU nella sentenza del 5 luglio 2011, Dan c. Moldavia, a cagione della riforma nel secondo grado di giudizio della sentenza di assoluzione emessa in primo grado per i fatti di corruzione contestati, senza ripetere anche in appello le dichiarazioni dei testimoni dell’accusa, ed altresì per aver disposto la condanna con mutamento del capo di imputazione senza che il nuovo reato sia stato contestato alle parti.

Si è osservato, infatti, richiamando numerosi precedenti della giurisprudenza di legittimità, che la decisione di appello non si fondava “su un differente giudizio di attendibilità di un singolo teste”, ma “sul diverso apprezzamento di una pluralità di risultanze probatorie, sia testimoniali sia documentali” ed era “quindi frutto di una complessiva revisione delle emergenze processuali, in parte trascurate o sottovalutate dai primi giudici”.

*** *** ***

Collegamenti con altre pronunce

In senso analogo, ancora di recente, v. Cass., sez. VI, sent. 2 dicembre 2015, n. 47722.

In dottrina, cfr., ad es., P. Bronzo, Condanna in appello e rinnovazione della prova dichiarativa, in Arch. pen., 2014, n. 3, p. 17, secondo cui non viola “la norma convenzionale la condanna pronunciata in appello all’esito della riconsiderazione in chiave logica della testimonianza acquisita evalutata in primo grado, ossia ove – fermo ed incontestato il risultato informativoscaturito dall’escussione avvenuta nel giudizio di primo grado – muti il ruolo che quell’informazione ha avuto nelle complesse sequenze induttive che dalle prove guidano il giudice alla decisione. In quest’ultimo caso la rinnovazione della prova potrà solo eventualmente servire, condizionandola, alla motivazione “rafforzata” che […]viene richiesta alla decisione che ribalta quella emessa all’esito del giudizio di primo grado”.

Vincenzo Mongillo