Le verifiche “addomesticate” della Guardia di Finanza: un caso di corruzione propria (Trib. Bologna, sent. 23 dic 2015)

Oggetto del provvedimento

  1. Imputazione ai sensi degli artt. 81 cpv, 110, 112 numeri 1 e 2, 319, 321, 326 comma 1, 479 c.p. a carico di quattro finanzieri in servizio presso il Nucleo Polizia Tributaria di Bologna I Gruppo Tutela Entrate, perché, attraverso la mediazione di un ex Generale della Guardia di Finanza (Consigliere di Amministrazione della Rimini Yacht S.p.a.), dapprima accettavano la promessa di ricevere denaro e altre utilità, e poi effettivamente li ricevevano dal Presidente della Rimini Yacht S.p.a, da un dipendente e dal commercialista-consulente della medesima Società, allo scopo di svolgere – come di fatto poi è avvenuto – una verifica fiscale “mite” sulla Rimini Yacht S.p.a. – Condanna
  2. Imputazione ai sensi dell’art. 363 comma 3 c.p. a carico dei predetti finanzieri – Assoluzione
  3. Imputazione ai sensi degli artt. 47 comma 1 n. 2 c.p.m.p. e 3 l. n. 1383/1941 a carico dei suddetti poiché colludevano con i sovra menzionati Consigliere di Amministrazione della Rimini Yacht S.p.a. (ed ex Generale della Guardia di Finanza), Presidente C.d.A., dipendente e commercialista-consulente, al fine di frodare la finanza nello svolgimento delle attività di verifica fiscale generale sulla Rimini Yacht S.p.a., occultando le violazioni delle leggi finanziarie – Condanna
  4. Imputazione ai sensi degli artt. 110, 112 numeri 1 e 2 c.p., 223 comma 1 in riferimento all’art. 216 comma 1 n. 1, 219 comma 1 l. fall. a carico del commercialista-consulente della Rimini Yacht S.p.a. per aver distratto dalle casse sociali ingenti somme di denaro con correlato grave danno al fallimento – Condanna

 

Contenuto del provvedimento

In disparte gli imputati le cui posizioni sono state stralciate o per cui si procede separatamente, l’aspetto saliente – e più interessante – della sentenza n. 4950/15 del Tribunale di Bologna concerne l’analisi delle condotte poste in essere da quattro finanzieri in servizio presso il Nucleo Polizia Tributaria di Bologna I Gruppo Tutela Entrate nel corso di una verifica sulla Rimini Yacht S.p.a. (di seguito, anche solo Società).

Il procedimento in oggetto si è concluso con la condanna dei quattro finanzieri per corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio, falso ideologico commesso in atti pubblici, collusione – con riconoscimento della continuazione ex art. 81 comma 2 c.p. –, per aver svolto una verifica viziata.

Il Tribunale di Bologna, in composizione collegiale, ha infatti ritenuto che fosse stato raggiunto un accordo illecito tra gli esponenti della Società da un lato, e i quattro soggetti appartenenti alla Guardia di Finanza dall’altro, affinché questi ultimi svolgessero una verifica “addomestica” nei tempi e nei modi, onde occultare le numerose violazioni fiscali e penali commesse dalla Società.

I Giudici hanno anzitutto osservato come la vera sede della Società fosse a Rimini, sicché della verifica si sarebbe dovuto occupare il comando di Rimini, appunto, e non i finanzieri de quibus, i quali, invece, fecero in modo che la verifica si svolgesse sotto il proprio dominio.

Poco prima della verifica, la sede della Società fu spostata a Bologna, e nessuna attività ispettiva fu mai svolta nella sede operativa – reale – di Rimini.

Gli esiti della verifica – ha fatto notare il Tribunale – hanno dato atto in maniera del tutto parziale e inadeguata della palese situazione di default in cui si trovava la Società e delle operazioni sospette dalla stessa compiute.

I verbali giornalieri di verifica e la notizia di reato poi redatta non hanno fornito una rappresentazione esatta della disastrosa situazione economica, contabile e patrimoniale in cui la Società versava. (In taluni verbali non sono stati riportati i dati riscontrati, in altri ve ne erano di ideologicamente falsi.)

Il Comandante del Nucleo Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bologna, nella sua testimonianza, ha illustrato le caratteristiche della verifica fiscale, spiegando che la stessa – qualificabile come sub-procedimento amministrativo prodromico all’attività di accertamento di spettanza della Agenzia delle Entrate – è disciplinata da circolari ed è contraddistinta da discrezionalità tecnica.

Ebbene, alla luce di quanto emerso nel corso del processo, secondo il Tribunale gli imputati non avevano prestato la dovuta osservanza a tali circolari.

Tramite molteplici testimonianze, documenti, esami, i Giudici hanno ricostruito il modus operandi degli imputati, rilevando macroscopiche mancanze e violazioni, che – “al di là di ogni ragionevole dubbio” – non sono riconducibili al normale modo di lavorare della Guardia di Finanza (“Se questi fossero i suoi standard operativi, la Guardia di Finanza andrebbe cancellata dalle istituzioni”: cfr. p. 112 della sentenza in commento).

Passate al vaglio tutte le inosservanze imputabili ai quattro finanzieri sotto processo, e posta in risalto la reputazione (ottima) di cui gode il Nucleo di Polizia Tributaria di Bologna ed il livello professionale (assai elevato) riconosciuto ai medesimi imputati, il Tribunale ha reputato che la ragione delle loro inconcludenti modalità operative non potesse che essere rintracciata nella volontà di riservare un trattamento a dir poco peculiare alla Società ed al suo Presidente.

Sono del resto emersi come numerosi i contatti e consolidati i rapporti tra i finanzieri e gli esponenti della Società; inoltre, dalle intercettazioni è emerso piuttosto chiaramente come i finanzieri fossero pienamente consapevoli di quanto stavano compiendo.

A fronte dello svolgimento assai anomalo della verifica, le risposte date dagli imputati nel corso del loro esame sono state qualificate dal Tribunale come inattendibili ed ai limiti dell’assurdo, né è stata fornita qualsivoglia adeguata spiegazione circa le omissioni riscontrate.

Le difese articolate, in buona sostanza, sono parse al Tribunale del tutto inconsistenti.

A più riprese, i Giudici hanno posto l’accento sulla palese ed allarmante condotta omissiva tenuta dai quattro finanzieri: la valutazione globale delle risultanze processuali ha indotto l’Organo Giudicante a ritenere che gli imputati, più che svolgere una verifica addomesticata, non avessero in realtà svolto alcuna seria verifica.

La ricostruzione della vicenda – a parere del Tribunale – dà evidenza di come i finanzieri abbiano enormemente distorto la propria funzione, non per spirito di benevolenza, ma per un tornaconto personale: questa, secondo il Tribunale, è l’unica spiegazione razionale. Né, ai fini dell’esclusione della fattispecie corruttiva, può in alcun modo rilevare l’indeterminatezza della somma pattuita come prezzo per la corruzione – circostanza valorizzata dalle difese –, atteso che, segnala il Tribunale, l’orientamento della Corte di Cassazione è nel senso che il delitto di corruzione può dirsi consumato allorché fra le parti sia raggiunto anche solo un accordo di massima sulla ricompensa per l’atto o il comportamento del pubblico agente.

Il Tribunale ha tenuto, altresì, a precisare che non occorre che l’accordo corruttivo abbia ad oggetto un singolo specifico atto, essendo necessario e sufficiente che – come nel caso di specie – vi siano comportamenti violativi dei doveri di ufficio. A tal proposito, vengono citate le pronunce nelle quali la Suprema Corte ha affermato che, ai fini della configurazione della corruzione propria, è imprescindibile (non tanto lo specifico atto contrario ai doveri d’ufficio, quanto) un atteggiamento concreto diretto a vanificare la funzione: “Ai fini della configurazione del delitto di corruzione propria, pur non dovendosi ritenere necessario individuare lo specifico atto contrario ai doveri d’ufficio per il quale il pubblico ufficiale abbia ricevuto somme di denaro o altre utilità non dovute, occorre che dal suo comportamento emerga comunque un atteggiamento diretto in concreto a vanificare la funzione demandatagli, poiché solo in tal modo può ritenersi integrata la violazione dei doveri di fedeltà, d’imparzialità e di perseguimento esclusivo degli interessi pubblici che sullo stesso incombono” (cfr. Cass. pen., sez. VI, ud. 16/01/2008, dep. 20/05/2008, n. 20046, e Cass. pen., sez. VI, ud. 15/05/2008, dep. 28/08/2008, n. 34417).

Tale orientamento giurisprudenziale – delineatosi prima dell’intervento della legge n. 190 del 2012, che ha, tra l’altro, novellato l’art. 318 c.p. prevedendo il reato di “Corruzione per l’esercizio della funzione” – è rimasto fermo anche successivamente, come dimostra la seguente pronuncia, pure menzionata dal Tribunale di Bologna: “In tema di corruzione, l’elemento sinallagmatico della fattispecie prevista dall’art. 319 c.p. è integrato anche dalla mera disponibilità mostrata dal pubblico ufficiale a compiere in futuro atti contrari ai doveri del proprio ufficio, ancorché non specificamente individuati. (Fattispecie in cui è stato escluso che la cessione di modiche quantità di droga ad un funzionario di polizia potesse integrare la prova della sua disponibilità ad un generalizzato impegno a rivelare informazioni sulle indagini relative al contrasto del traffico degli stupefacenti)” (Cass. pen., sez. VI, ud. 19/06/2014, dep. 31/07/2014, n. 33881).

Ancora più di recente, è stato ribadito che “Per la configurabilità del reato di corruzione propria, non occorre individuare esattamente l’atto contrario ai doveri d’ufficio, oggetto dell’accordo illecito, ma è sufficiente che esso sia individuabile in funzione della competenza e della concreta sfera di operatività del pubblico ufficiale, così da essere suscettibile di specificarsi in una pluralità di singoli atti non preventivamente fissati o programmati” (Cass. pen., sez. II, ud. 25/11/2015, dep. 01/12/2015, n. 47471).

Tenuto conto delle emergenze processuali, la sussistenza di un atteggiamento complessivo che denota violazione dei doveri d’ufficio appare, ad avviso del Tribunale, incontestabile nel caso di specie, anche in considerazione di quanto sostenuto dalla Cassazione nelle sentenze in cui si è specificamente occupata dei comportamenti degli appartenenti alla Guardia di Finanza: “Per la configurabilità del reato di corruzione propria non occorre individuare esattamente l’atto contrario ai doveri d’ufficio, oggetto dell’accordo illecito, essendo sufficiente che esso sia individuabile in funzione della competenza e della concreta sfera di operatività del pubblico ufficiale, così da essere suscettibile di specificarsi in una pluralità di singoli atti non preventivamente fissati o programmati, ma pur sempre appartenenti al “genus” previsto. (Fattispecie in cui in sede cautelare era stato ravvisato il reato di corruzione nella condotta di un imprenditore che, in cambio di un atteggiamento di “disponibilità” nell’esercizio delle funzioni pubbliche, aveva effettuato favori economici ad un colonnello della Guardia di Finanza)” (Cass. pen. sez. VI, ud. 02/10/2006, dep. 25/01/2007, n. 2818).

Né – avvertono i Giudici – il fatto che l’attività che i finanzieri hanno svolto (meglio: che avrebbero dovuto svolgere) fosse connotata da discrezionalità può valere ad incrinare il ragionamento, atteso che, sovente, è proprio attraverso la discrezionalità che si tenta di camuffare atti contrari ai doveri d’ufficio. A suffragio dell’assunto secondo cui la discrezionalità non costituisce causa di esclusione della responsabilità, il Tribunale rammenta come la Suprema Corte abbia precisato che “ai fini della sussistenza del reato in questione [corruzione propria] e non di quello di corruzione impropria, l’elemento decisivo è costituito dalla ‘vendita’ della discrezionalità accordata dalla legge” (Cass. pen., sez. VI, ud. 04/02/2014, dep. 04/06/2014, n. 23354). Ancora. I Giudici di Bologna richiamano quella giurisprudenza secondo cui “A fronte dell’esercizio di un potere discrezionale del pubblico ufficiale, ricorrono gli estremi della corruzione propria (art. 319 c.p.) nelle ipotesi in cui il soggetto abbia accettato, dietro compenso, di non esercitare la discrezionalità che gli è stata attribuita dall’ordinamento o di usarla in modo distorto, alterandone consapevolmente i canoni di esercizio e ponendo pertanto in essere una attività contraria ai suoi doveri di ufficio. Né può assumere rilievo scriminante ai fini della qualificazione dell’esercizio del potere discrezionale come “atto contrario ai doveri di ufficio” la circostanza che gli atti amministrativi posti in essere dal pubblico ufficiale abbiano superato il vaglio di legittimità del giudice amministrativo, trattandosi di risultato contingente e particolare, connesso alle concrete modalità di impostazione e di svolgimento del giudizio amministrativo” (Cass. pen., sez. VI, ud. 23/01/2004, dep. 15/03/2004, n. 12237; in senso analogo, Cass. pen., sez. VI, ud. 26/09/2006, dep. 22/11/2006, n. 38698).

Il Tribunale – puntualizzato che non è questo il caso – segnala che la discrezionalità può assumere rilievo anche nelle ipotesi di corruzione impropria: “Si configura il delitto di corruzione impropria e non quello di corruzione propria in relazione ad un atto adottato dal pubblico ufficiale nell'ambito di attività amministrativa discrezionale, soltanto qualora sia dimostrato che lo stesso atto sia stato determinato dall'esclusivo interesse della P.A. e che pertanto sarebbe stato comunque adottato con il medesimo contenuto e le stesse modalità anche indipendentemente dalla indebita retribuzione”: così Cass. pen., sez. VI, ud. 09/07/2009, dep. 17/09/2009, n. 36083).

La sentenza qui brevemente riassunta offre un’utile ed interessante panoramica in materia di corruzione per atto discrezionale, e si lascia apprezzare per l’iter argomentativo saldamente ancorato ai fatti ed al contempo ricco di richiami ai dicta della giurisprudenza di legittimità.

 

Vanessa Spaziani Testa