L’attuazione della direttiva PIF nell’ordinamento italiano. Le novità del d.lgs. 75/2020 - di Marcello Tebaldi

 

Questo breve scritto si prefigge l’obiettivo di informare i lettori circa le novità contenute nel d.lgs. 75/2020 (in vigore dal 30 luglio 2020), il quale ha completato il percorso di attuazione della direttiva PIF, destinando a contributi successivi un’analisi più compiuta delle stesse novità.  

 

Sommario: 1. L’attuazione della direttiva PIF nell’ordinamento italiano. – 2. L’ampliamento del catalogo 231: i reati tributari. – 3. Altri interventi sul catalogo 231. – 4. Gli interventi sul d.lgs. 74/2000. – 5. Gli interventi sul codice penale. – 6. Altri interventi di innovazione normativa. – 7. Considerazioni conclusive.

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1. Nel quadro della legge di delegazione europea per il 2018 (l. 117/2019), il nostro legislatore aveva dato delega al Governo per l’attuazione della direttiva PIF (2017/1371/UE)[1]. Tuttavia, il percorso di trasposizione della nuova disciplina a tutela degli interessi finanziari dell’Unione non è stato lineare. Prima del d.lgs. 75/2020 erano intervenuti il decreto fiscale (d.l. 124/2019) e la relativa legge di conversione (l.157/2019) a dare parziale attuazione al dettato normativo unitario (artt. 6 e 9 della direttiva 2017/1371/UE), introducendo per la prima volta una selezione di fattispecie tributarie all’interno del c.d. “catalogo 231”[2]. Il d.lgs. 75/2020 ha, quindi, concluso l’opera di trasposizione iniziata dal decreto fiscale, andando definitivamente a trasporre la direttiva PIF ormai scaduta. Il termine di recepimento di questo atto normativo era, infatti, spirato il 6 luglio 2019.

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2. Come già anticipato, il decreto fiscale (d.l. 124/2019) in attuazione della direttiva PIF ha dato origine al nuovo art. 25 quiquiesdecies d.lgs. 231/2001. Questa disposizione, nella sua prima versione (art. 39 del d.l. 124/2019), prevedeva un’ipotesi di responsabilità da reato dell’ente unicamente per le fattispecie di cui all’art. 2 d.lgs. 74/2000 (dichiarazioni fraudolente mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti). Una siffatta limitazione risultava del tutto incoerente con la definizione di frode IVA offerta dalla direttiva PIF. Per tale ragione la legge di conversione ha ulteriormente ampliato il catalogo dei reati presupposto, inserendo le seguenti fattispecie del d.lgs. 74/2000:

-           dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3);

-           emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 8);

-           occultamento o distruzione di documenti contabili (art. 10);

-           sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte (art. 11).

Queste fattispecie, ad eccezione delle soglie di punibilità incluse nel d.lgs. 74/2000, non presentano particolari restrizioni ed anzi consentono di configurare ipotesi di responsabilità degli enti anche per illeciti fiscali aventi ad oggetto tributi differenti rispetto all’IVA. Diversamente, le fattispecie tributarie (artt. 4, 5 e 10 quater del d.lgs. 74/2000) aggiunte al catalogo 231 dal d.lgs. 75/2020 presentano tutte le limitazioni tipiche della Direttiva PIF. Sarà possibile configurare un’ipotesi di responsabilità dell’ente collettivo unicamente nel caso in cui i delitti contenuti nel nuovo comma 1 bis dell’art. 25 quinquiesedecies abbiano ad oggetto frodi IVA gravi (importo evaso superiore a 10 milioni di euro e carattere transnazionale della frode). Questo aspetto evidenzia le differenti logiche alla base del decreto fiscale e del nuovo d.lgs. 75/2020: il primo ha tentato di riformare il sistema fiscale, il secondo si è limitato a dar attuazione alla Direttiva PIF, inserendosi nell’ottica della mera normativa di recepimento.

Il d.lgs. 75/2020 ha però il pregio di colmare una evidente lacuna del d.l. 124/2019: l’assenza dal catalogo 231 delle fattispecie di cui agli artt. 4 e 5 del d.lgs. 74/2000. L’art. 25 quinquiesdecies diviene, quindi, pienamente conforme agli obblighi di trasposizione della normativa UE[3].

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3. Il comma 1 bis dell’art. 25 quinquiesdecies non è l’unico intervento di ampliamento del catalogo dei reati presupposto del d.lgs. 231/2001: il d.lgs. 75/2020 all’art. 5, infatti, introduce una serie di fattispecie a danno delle pubbliche amministrazioni e dell’Unione stessa. In particolare, gli artt. 24 e 25 del d.lgs. 231/2001 vengono riveduti ed estesi, con l’introduzione nel catalogo delle fattispecie presupposto dei delitti di frode nelle pubbliche forniture e di frode ai danni del Fondo europeo agricolo di garanzia e del Fondo europeo per lo sviluppo rurale (art. 2 l. 898/1986), di peculato (ad eccezione del peculato d’uso), di peculato mediante profitto dell’errore altrui e di abuso d’ufficio. Per tali reati vengono previste sanzioni pecuniarie fino a duecento quote.

L’art. 5 del d.lgs. 75/2020 introduce, inoltre, il nuovo art. 25 sexiesdecies, che prevede ipotesi di responsabilità dell’ente collettivo per i reati del d.P.R. 43/1973 (contrabbando). Anche per queste fattispecie di reato si prevede una sanzione pecuniaria pari a duecento quote. Tuttavia, il trattamento sanzionatorio potrà aggravarsi con l’aumentare dei diritti di confine evasi.

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4. Come si evince dalla relazione illustrativa allegata al d.lgs. 75/2020[4], per dare una corretta attuazione alla direttiva PIF non era necessario intervenire sui limiti edittali previsti dai delitti fiscali del d.lgs. 74/2000: le recenti riforme – da ultimo il più volte citato decreto fiscale – avevano reso le sanzioni comminate alle persone fisiche conformi con il dettato normativo unitario. Per tale ragione, ad eccezione dell’inserimento di alcune fattispecie tributarie nel “catalogo 231”, l’unica innovazione che ha coinvolto il d.lgs. 74/2000 riguarda il nuovo comma 1 bis dell’art. 6 che prevede la punibilità a titolo di tentativo dei delitti di cui agli artt. 2, 3 e 4 del medesimo decreto, quando questi abbiano ad oggetto frodi IVA gravi e transnazionali (art. 2 d.lgs. 75/2020).

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5. In attuazione degli artt. 3 e 4 della direttiva PIF, l’art. 1 del d.lgs. 75/2020 modifica le seguenti disposizioni del nostro Codice penale: art. 316 (peculato mediante profitto dell’errore altrui), 316 ter (indebita percezione di erogazioni a danno dello stato), 319 quater (induzione indebita a dare o promettere utilità), 322 bis (peculato, concussione, induzione indebita), 640, comma 2, n.1 (truffa ai danni dello Stato, altro ente pubblico o col pretesto di far esonerare taluno dal servizio militare).

In particolare, agli artt. 316, 316 ter e 319 quater viene aggiunta un’ipotesi aggravata nel caso in cui il fatto di reato offenda gli interessi dell’Unione europea e il danno o il profitto siano superiori a euro 100.000. 

L’art. 322 bis vede l’allargamento della platea dei soggetti attivi (nuovo comma 5 bis): questa disposizione si applicherà, infatti, anche «alle persone che esercitano funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio nell’ambito di Stati non appartenenti all’Unione europea, quando il fatto offende gli interessi finanziari dell’Unione».

Infine, nell’art. 640, comma 2, n.1 si prevede un’ipotesi di truffa aggravata ai danni dell’Unione europea.

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6. In materia di contrabbando il d.lgs. 75/2020 non solo ha previsto un’ipotesi di responsabilità da reato dell’ente, ma ha anche modificato l’art. 495 del d.P.R. 43/1973 prevedendo un’aggravante speciale dei delitti di contrabbando quando l’ammontare dei diritti di confine evasi sia superiore a euro 100.000. Inoltre, per questi reati si esclude l’operatività della depenalizzazione ai sensi del d.lgs. 8 del 2016, nel caso in cui i diritti di confini non versati siano superiori a euro 10.000.

L’art. 6, inoltre, prevede un’ipotesi aggravata di frode comunitaria nel settore agricolo (art. 2 legge n. 898 del 1986) quando il danno o il profitto sia superiore ad euro 10.000.

Da ultimo l’art. 7 d.lgs. 75/2020 inserisce una clausola generale di modifica del Codice penale, disponendo che nei reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione, il termine Comunità europea dovrà essere sostituito dal termine Unione europea. Viene, quindi, recepito nel dettato codicistico quanto già elaborato a livello interpretativo-applicativo.

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7. Fra le novità di maggior rilievo derivanti dall’attuazione della direttiva PIF vi è sicuramente l’introduzione di un gran numero di fattispecie tributarie all’interno del catalogo del d.lgs. 231/2001. Questo intervento era assai atteso[5] e riflette una tendenza, ormai consolidata, ad aggiungere nuovi reati presupposto della responsabilità degli enti collettivi sotto l’influsso del diritto UE (pensiamo a quanto già avvenuto in materia di reati ambientali e di riciclaggio). Peraltro, l’ampliamento del catalogo non si è limitato alle sole fattispecie tributarie, ma si estende a vari illeciti a danno della Pubblica amministrazione e alle fattispecie di contrabbando.

Una tale innovazione da un lato migliora notevolmente gli strumenti per un’efficace lotta al fenomeno evasivo nel contesto della criminalità di impresa. Pensiamo alla possibilità di ricorrere a strumenti quali la confisca per equivalente prevista dall’art. 19 d.lgs. 231/2001. Dall’altro costringerà gli enti a innovare e modificare i modelli di organizzazione per poter prevenire la commissione dei nuovi reati inseriti nel “catalogo 231”[6].

Le restanti modifiche normative introdotte dal d.lgs. 75/2020 rientrano, invece, nel percorso di attuazione della direttiva PIF, che, come già anticipato, ad oggi può dirsi correttamente concluso.

 

Marcello Tebaldi

Dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Ferrara

 

 

 


[1] La direttiva PIF (2017/1371/UE) è stata adottata in sostituzione della precedente omonima convenzione di terzo pilastro del 1995 per offrire una miglior tutela degli interessi finanziari dell’Unione. 

[2] Per un approfondimento sul d.l. 124 del 2019 si veda A. Perini, Brevi note sui profili penali tributari del d.l. n. 124/2019 (decreto fiscale), in Sistema Penale, 3 dicembre 2019 e S. Finocchiaro, Le novità in materia di reati tributari e di responsabilità degli enti contenute nel c.d. decreto fiscale (d.l. n. 124/2019), in Sistema Penale, 18 novembre 2019. Mi si permetta, inoltre, di segnalare il contributo pubblicato in questo stesso portale M. Tebaldi, Le disposizioni penali del decreto fiscale: problematiche applicative, 5 marzo 2020.

[3] Cfr. A.M. Dall’Osso, Corsi e ricorsi nel diritto penaltributario: spunti (critici) sul c.d. decreto fiscale, in Diritto Penale e Processo, 3/2020, 327 ss.

[4] Relazione illustrativa al Decreto legislativo 14 luglio 2020, n. 75 (in G.U. n. 177 del 15 luglio 2020), di attuazione della direttiva (UE) 2017/1371, relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale, consultabile, ad esempio, in Sistema Penale, 14 luglio 2020.

[5] L’introduzione dei reati tributari all’interno del catalogo dei reati presupposto del d.lgs. 231/2001 era tra le proposte della Commissione Greco (2013). A tal proposito C. Santoriello, I reati tributari nella responsabilità da reato degli enti collettivi: ovvero dell’opportunità di configurare la responsabilità amministrativa delle società anche in caso di commissione di reati, in Archivio Penale, fasc. 1, 2017, 1-2

[6] Cfr. F. Piergallini, La riforma dei reati tributari tra responsabilità della persona fisica e responsabilità dell'ente, in Diritto Penale Contemporaneo, fasc. 2/2020, 217 ss.

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