Principio di precauzione e responsabilità per fatto proprio e colpevole - di Donato Castronuovo

Università degli Studi di Padova

Scuola di Giurisprudenza

Dipartimento di Diritto privato e Critica del diritto

 

Convegno di studi:

Science, Technology and Law:

Knowledge and Regulation in the Building of Future Society

Padova, Orto Botanico, 25 maggio 2017

Paper:

PRINCIPIO DI PRECAUZIONE E RESPONSABILITÀ PER FATTO PROPRIO E COLPEVOLE

Donato Castronuovo – Professore ordinario di Diritto penale nell’Università di Ferrara

 

1. Introduzione. Una nozione controversa.

 

Mi pare pienamente giustificato il perché di una relazione dedicata al principio di precauzione (d’ora innanzi anche PP) – e ai suoi rapporti col diritto penale – in un convegno dedicato ai rapporti tra scienze, tecnologia e diritto.

La nozione di principio di precauzione è controversa e spesso ritenuta indeterminata. Anche perché la stessa non è immune da tensioni ideologiche. Allorché questa nozione “impatta” il diritto penale, il discorso si fa - è evidente - ancora più spinoso[1].

Tuttavia, benché controversa, la stessa nozione è strettamente collegata ai termini che definiscono il perimetro concettuale tracciato dagli organizzatori di questa giornata di studi multidisciplinari (scienza, tecnologia, diritto).

Tentando una prima approssimazione terminologica al concetto, la precauzione fa venire in mente un atteggiamento prudente e conservativo nei confronti di un rischio (per lo più tecnologico), che, come vedremo, si qualifica come scientificamente incerto.

Sul piano della psicologia sociale e della politica, il rischio/pericolo richiama i concetti oppositivi di paura e di rassicurazione:

-un rischio temuto (specie se incerto o percepito come tale) genera paura[2];

-la paura produce bisogni di rassicurazione;

-questi, a loro volta, trovano risposte politiche (quindi anche giuridiche): le politiche (e le discipline) della sicurezza, non di rado improntate proprio al PP.

Il “demone della paura” e i correlativi bisogni di rassicurazione sono caratteristiche di quella che – con formule sociologiche fortunate – è stata definita la “modernità liquida” o la “società dell’incertezza” (Baumann); o la “società del rischio” (Beck). Il discorso sul PP contiene spesso riferimenti a concetti, talora veri e propri slogan filosofici e politici, come: principio responsabilità (Jonas), principio del maximin (Rawls), responsabilità verso le generazioni future, sviluppo sostenibile, ecologia/ecologismo, natura naturale vs. natura umana (o sociale)... Concetti diversi, eppure tutti espressivi dell’atteggiamento conservativo di sui si diceva.

Allora, è evidente come il PP si presti a fornire uno strumento per mettere a tacere le ansie generate dai rischi veri o supposti in cui siamo immersi. La pervasività del rischio credo sia un fatto di cui non si può dubitare: del resto, la vita stessa è angosciosamente rappresentabile, anche sul piano letterario, come “malattia mortale” (Svevo).

Da qui, anche, il successo del PP (qualcuno, esagerando, lo ha definito, in senso critico, il principale fatto ideologico di questo inizio di millennio (Bronner, Géhin).

Il punto di equilibrio tra il “precauzionismo” – come ideologia della paura – e un “principio di precauzione” sperabilmente inteso alla stregua di un ragionevole criterio conservativo di beni fondamentali – mediante regolazione di rischi incerti e dagli effetti potenzialmente catastrofici – si rivela oltremodo sfuggente.

 

Per il momento, diamo per acquisito che parlare di PP significa coinvolgere le nozioni (di sicuro non estranee al discorso penalistico) di rischio/pericolo (temuto) e sicurezza (agognata).

 

2. Nessi politico-criminali tra rischio, sicurezza e precauzione.

 

Ci potrebbe chiedere: dal punto di vista politico-criminale, qual è l’effetto finale del rapporto tra rischio (da cautelare) e sicurezza (da ottenere anche mediante ricorso al diritto penale)?

Ora la verità è che le c.d. politiche (e discipline giuridiche) della sicurezza si traducono spesso in politiche di rassicurazione, assegnando pienamente al diritto penale quelle funzioni “simboliche” ed “espressive” da tempo messe in luce in letteratura.

Sono da tempo evidenti, sul piano della riflessione giuridica e politologica, i contorni drammatici che assume il rapporto dialettico sicurezza/libertà (si pensi alle misure antiterrorismo, sperimentate e prossime venture).

L’interrogativo generale sembra allora il seguente: il diritto penale – che implica forti compromessi sul lato della libertà – produce, per lo meno, più sicurezza?

Il quesito parrebbe cruciale in un ordinamento ispirato al principio del diritto penale come extrema ratio. La risposta, nondimeno, resta malsicura, per la mancanza di strumenti di misurazione della sicurezza o del suo contrario: l’insicurezza, la paura.

Un dato minimo, ma certo – verificabile anche a proposito della legislazione “punitiva” che si ispira al principio di precauzione – mi pare il seguente: non sappiamo se il diritto penale produca più sicurezza, ma sappiamo che la sicurezza produce più diritto penale.

In definitiva: l’impressione è che l’interazione tra rischio, sicurezza e diritto penale finisca per generare effetti autopoietici su quest’ultimo…

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