La responsabilità degli amministratori per il reato di impedito controllo (art. 2625 c.c.) - di Enrico Amati

 

1. Controlli interni ed esterni in ambito societario

Nell’ambito delle società commerciali la condotta degli amministratori viene sottoposta ad una serie di controlli sia interni (radicati all’interno dell’organizzazione sociale) che esterni (effettuati da soggetti non incardinati nell’organizzazione sociale)[1].

Nell’originaria trama normativa tracciata dal legislatore del 1942 il reato di impedito controllo (previsto dal previgente art. 2623, n. 3, c.c.) rappresentava l’unico strumento di tutela penale delle attività di controllo sulla gestione sociale. A tale fattispecie, infatti, era stato affidato il compito di garantire al collegio sindacale (quale organo istituzionale ad hoc) e ai singoli soci il controllo sull’attività di gestione della società. Da qui l’individuazione del bene giuridico tutelato nella funzione di controllo interno sulla gestione della società.

Si trattava, peraltro, di uno strumento tanto più importante in quanto non esistevano, all’epoca, altre istanze di controllo esterno sul funzionamento delle società commerciali[2].

La funzione della norma è tuttavia andata progressivamente affievolendosi a fronte della crescita di importanza del controllo esterno affidato a istituzioni indipendenti di rilievo “pubblicistico”, quali – principalmente - la Consob e la Banca d’Italia[3]. Singolarmente, però, a dispetto della scarsissima applicazione giurisprudenziale, «la fattispecie di cui all’art. 2623 c.c. era rimasta sempre, nell’ambito del generale panorama normativo della tutela delle funzioni di controllo sulle società commerciali, come la figura criminosa dotata del più qualificato apparato sanzionatorio»[4].

A seguito della riforma del diritto penale societario del 2002 la tutela penale del controllo societario è stata affidata principalmente alle fattispecie di cui agli artt. 2625 c.c. e 2638 c.c., cui si è in seguito aggiunta una disposizione ad hoc relativa alla revisione legale dei conti.

In particolare, l’art. 2625 c.c. ha ad oggetto la tutela penale del controllo interno, radicato prevalentemente nell’organizzazione sociale e afferente a funzioni di controllo di tipo “privatistico” (svolte dai sindaci, dai soci e, secondo la formulazione originaria della norma, dalle società di revisione); mentre, l’art. 2638 c.c. rappresenta, per così dire, il corollario pubblicistico dell’art. 2625 c.c., essendo la norma diretta a tutelare le funzioni di vigilanza esterna esercitate dalle varie Autorità pubbliche.

Ed è proprio quest’ultima disposizione che – anche in virtù della elasticità di alcuni elementi della fattispecie – nella prassi giudiziaria è sempre più frequentemente contestata, talvolta in chiave strumentale al fine di consentire l’avvio di indagini prodromiche alla scoperta di diversi e più gravi reati.

Per contro il reato di impedito controllo, anche a seguito del restyling operato nel 2002, ha trovato fino ad oggi un più modesto riscontro nella prassi applicativa.

 

2. La struttura della fattispecie di impedito controllo

La norma è articolata su due diversi commi: il primo comma contempla un illecito amministrativo diretto a sanzionare ogni condotta ostruzionistica, posta in essere dagli amministratori, dell’attività di controllo; al secondo comma è prevista un’ipotesi di delitto nel caso in cui dalla predetta attività ostruzionistica derivi un danno ai soci.

La scelta di tutelare penalmente il solo bene finale, costituito dal patrimonio, non è andata esente da critiche, in quanto essa si risolverebbe nell’annullare la tutela delle funzioni di controllo in nome di un’istanza di “privatizzazione” la cui traccia si rinviene anche nella procedibilità a querela di parte.

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