Responsabilità da reato degli enti collettivi ed attività difensive: lo statuto delle garanzie processuali - di Vincenzo Mongillo

1. Premessa.

Si suole affermare che l’ente collettivo è un’astrazione giuridica, un ente immateriale, meglio una finzione. Il Savigny, intorno alla metà dell’Ottocento, fondò proprio su tale idea l’assioma concernente l’assenza di capacità penale delle persone giuridiche.

Fino a che punto, però, è possibile accettare la logica finzionistica in epoca di revival della responsabilità penale (o punitiva) delle entità collettive?

A ben vedere, le sanzioni irrogate agli enti, ad es. a una società di capitali, non colpiscono una finzione, un’astratta proprietà collettiva o la sua struttura organizzativa. La sanzione pecuniaria, la confisca, le sanzioni interdittive si ripercuotono, in ultima analisi,sui diritti fondamentali e i beni di persone in carne ed ossa, quelle che hanno dato vita o operano nell’ente; indirettamente possono danneggiare anche soggetti esterni  (creditori, fornitori, ecc.).

Questa è la ragione essenziale per la qualealla societas sottoposta a procedimento penale devono essere riconosciuti, con gli adattamenti imposti dalla sua specifica natura, le garanzie penalistiche, sostanziali e processuali, offerte alle persone fisiche.

In questa sede ci occuperemo, esclusivamente, dello statuto di garanzie processuali dell’ente collettivo.

Un principio di (tendenziale) equiparazione tra persone fisiche e giuridiche nel godimento dei diritti di difesa è, in effetti, accolto in pressoché tutti gli ordinamenti nazionali, sia pure con sfumature – a volte  anche marcatamente – diverse.

Come rivela anche l’analisi comparata, questo è uno dei profili più gravidi di difficoltà applicative e, per certi aspetti, di complessa concretizzazione.

Nel nostro Paese, l’intento legislativo di estendere, in linea di massima, i diritti dell’indagato/imputato agli enti metaindividuali si evince dall’art. 35 del d.lgs. n. 231/2001, il quale recita che «all’ente si applicano le disposizioni processuali relative all’imputato, in quanto compatibili».

Ciò nonostante, le garanzie concretamente riconosciute alle persone collettive appaiono in più punti controverse o deficitarie, come ci accingiamo ad evidenziare[1].

 

2. Presunzione di innocenza e onere della prova.

Cominciamo dalla presunzione di innocenza, com’è noto una delle più significative garanzie dell’amministrazione della giustizia penale in uno Stato democratico di diritto.

Essa è sancita da svariate norme di diritto internazionale pattizio, tutte recepite nel nostro ordinamento giuridico: l’art. 6, comma 2, della CEDU; l’art. 14, comma 2, del Patto internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite; l’art. 66 dello Statuto istitutivo della Corte penale internazionale.

La nostra Carta fondamentale proclama tale principio all’art. 27, comma 2, con la dizione«presunzione di non colpevolezza»[2].

Estendendo questa garanzia all’ente collettivo, spetterebbe alla pubblica accusa provare tutti gli elementi da cui discende la sua responsabilità.

Tuttavia, alcuni ordinamenti, in particolare quelli in cui la diligente azione preventiva dell’ente ne esclude la punibilità, prevedono forme di inversione dell’onere della prova proprio in merito all’insussistenza della c.d. colpa organizzativa.

Quando parliamo di onere della prova, ci riferiamo, evidentemente, alla sua accezione sostanziale, vale a dire al c.d. rischio della prova mancata. Si tratta, cioè, della regola probatoria «che individua la parte sulla quale ricadono le conseguenze del non aver convinto il giudice dell’esistenza del fatto affermato»[3].

Il dettato dell’art. 6 del nostro d.lgs. n. 231/2001 sottende una presunzione di disorganizzazione interna dell’ente nel caso di reato commesso da un soggetto apicale. Di conseguenza, è il potenziale destinatario della sanzione a doverla confutare provando («l’ente non risponde se prova che […]») la sua condotta virtuosa e gli altri elementi specificamente indicati (come l’elusione fraudolenta del modello), per poter andare esente da responsabilità. Al netto delle interpretazioni correttive della giurisprudenza (v. infra), tanto si desume dalla lettera del comma 1[4].

 

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