Una sentenza “storica” del Tribunal Supremo spagnolo: la prima in tema di responsabilità penale delle persone giuridiche - di Giulio De Simone

1.Premessa. Brevi cenni sul contesto normativo di riferimento

Non sembra affatto esagerato definire “storica” la sentenza n. 154/2016,pronunciata dal plenum della Sala de lo Penal del Tribunal Supremo il 29 febbraio di quest’anno (relatore il magistrato MazaMartín), nella quale, per la prima volta, l’alta Corte spagnola si confronta con una serie di spinose e rilevanti questioni relative alla responsabilità penale delle persone giuridiche, prevista nell’art. 31-bisdel CódigoPenal, che vi fu inserito dalla LeyOrgánica 5/2010, del 22 giugno e che è stato di recente modificato con la Ley Orgánica 1/2015, del 30 di marzo, entrata in vigore il 1° luglio 2015

La disposizione mette a fuoco i tratti salienti del paradigma ascrittivo, individuando le categorie dei possibili autori individuali (i soggetti apicali e i sottoposti alla loro autorità) dei reati-presupposto ed enucleando quelli che sono i criteri d’imputazione.

Si tenga presente che la parte relativa alla previsione e alla disciplina dei modelli organizzativi – chiaramente esemplata sul modello normativo messo a punto nel 2001 dal legislatore italiano (artt. 6 e 7 d.lgs. n. 231) – è stata inserita soltanto in un secondo momento, con la già menzionata legge di riforma del 2015, allo scopo precipuo – così, almeno, è scritto nel Preambolo della stessa legge (in BOE n. 77 del 31 marzo 2015, Sec. I, p. 27063) – di delimitare adeguatamente il contenuto del “dovuto controllo” la cui violazione permette di fondare la responsabilità penale delle persone giuridiche.

Alle persone giuridiche si applicano le pene previste dall’art. 33, comma 7, c.p., vale a dire: a) la multa per quote o proporzionale; b) lo scioglimento; c) la sospensione delle attività per un periodo non superiore a cinque anni; d) la chiusura dei locali e dello stabilimento per un periodo non superiore a cinque anni; e) l’interdizione, temporanea (fino a cinque anni) o definitiva, a svolgere in futuro quelle attività nel cui esercizio è stato commesso, agevolato o dissimulato il delitto; f) l’interdizione ad ottenere sovvenzioni e aiuti pubblici, a contrattare con il settore pubblico e a godere di benefici e incentivi fiscali o della sicurezza sociale, per un periodo non superiore a cinque anni; g) il commissariamento giudiziale, finalizzato alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori o dei creditori, per il tempo che si reputi necessario e comunque non superiore a cinque anni.

Non sarà inutile, infine, rammentare che, ai sensi di quanto dispone l’art. 129,comma 1, c.p. – anch’esso, peraltro, riformulato dalla Ley Orgánica 1/2015 – le misure sanzionatorie testé menzionate alle lett. da c) a g) trovano applicazione (ma non come pene, bensì) come conseguenze accessorie nei confronti di quegli enti – vale a dire: imprese, organizzazioni, gruppi o qualunque altra categoria di enti o associazioni di persone – che, per essere privi di personalità giuridica, non rientrano nella previsione di cui all’art. 31-bis c.p. Si è creato, in tal modo, un sistema a doppio binario, nel quale la responsabilità penale (e dunque l’applicabilità di vere e proprie pene) è riservata alle persone giuridiche, mentre per gli altri soggetti metaindividuali sono previste soltanto – ma il contenuto delle misure, come si è visto, sostanzialmente non cambia – le anzidette conseguenze accessorie, la cui natura, peraltro, è stata da sempre, in dottrina, alquanto controversa.

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