Responsabilità degli enti

Responsabilità dell’ente in relazione al reato di induzione indebita (art. 319quater c.p.): alcune osservazioni in tema di estensione di responsabilità nei gruppi societari e idoneità del Modello Organizzativo (Trib. Bo, sent. 10 luglio 2018)

Nel procedimento oggetto della sentenza in commento il Tribunale di Bologna è chiamato a pronunciarsi in ordine al reato di induzione indebita a dare o promettere utilità (319 quater c.p.) commesso nel contesto di una ispezione ordinata dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) nei confronti di una Società, partecipata pubblica - controllante ed a capo di un gruppo societario - e di un’altra Società - controllata, facente parte del medesimo gruppo. L’ispezione aveva ad oggetto l’attività contrattuale svolta dalle due Società nell’ambito della gestione del servizio integrato dei rifiuti; il procedimento vedeva imputati uno degli ispettori ANAC che aveva condotto le verifiche ed il Responsabile della Direzione Acquisti e Appalti della controllante, nonché procuratore speciale della controllata: secondo quanto si legge nel capo di imputazione, approfittando dei contatti intervenuti nell’ambito dell’ispezione, l’Ispettore avrebbe sollecitato il Responsabile della Direzione Acquisti ed Appalti a favorire l’assunzione del figlio presso la Società mediante lo svolgimento di uno stage ( stage , poi, effettivamente svolto). Lo stesso procedimento vedeva, inoltre, imputate le due Società per l’illecito amministrativo di cui all'art 25 d. lgs. 231/2001 in relazione al reato di cui all’art. 319 quater c.p. commesso da un soggetto appartenente al proprio organico (il Responsabile Acquisti ed Appalti), individuando nel condizionamento degli esiti ispettivi l’indebito vantaggio perseguito dagli Enti attraverso la condotta del proprio dipendente.

La responsabilità dell’Ente per fatti di autoriciclaggio commessi dai suoi legali rappresentanti: nessuna chiara indicazione ermeneutica da parte della prima pronuncia della Cassazione in materia (Cass. Sez. II, c.c. 4 maggio 2018 n. 25979).

Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione ha dichiarato l’inammissibilità dei ricorsi presentati dal legale rappresentante e dall’amministratore delegato di una S.r.l., nonché dalla Società stessa, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale del Riesame di Brindisi, a sua volta, aveva rigettato l’istanza ex art. 324 C.p.p. proposta avverso il decreto di sequestro preventivo disposto dal Gip locale e finalizzato alla confisca (diretta o per equivalente) del profitto dei reati di estorsione (art. 629 C.p.) ed autoriciclaggio (art. 648 ter .1 C.p.) contestati agli imputati. Secondo l’accusa i suddetti dirigenti, «mediante minaccia di non assunzione o di licenziamento, [avrebbero] costretto una molteplicità di lavoratori ad accettare retribuzioni inferiori a quelle risultanti dalle buste paga ed a sopportare orari superiori a quelli contrattualmente stabiliti» , destinando il denaro così illecitamente risparmiato alla retribuzione in nero di alcuni altri dipendenti, a loro legati da un particolare rapporto di fiducia. Correlativamente, alla Società veniva contestato l’illecito amministrativo dipendente dal delitto di autoriciclaggio ex art. 25 octies del D. Lgs. n. 231/2001, «per l’avvenuto impiego nell’attività imprenditoriale del denaro proveniente dal delitto di estorsione continuata in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delle somme» . Come si cercherà di evidenziare nella presente nota, il percorso motivazionale seguito dal Collegio non fornisce le attese indicazioni ermeneutiche in ordine ad alcuni dei principali nodi interpretativi posti dall’autoriciclaggio e dal suo inserimento tra i c.d. reati presupposto della responsabilità ex D. Lgs. n. 231/2001, ovverosia ampiezza applicativa della clausola modale di cui al primo comma dell’art. 648 ter .1 C.p.; tipicità della responsabilità dell’Ente nell’ipotesi in cui il reato “a monte” delle condotte di autoriciclaggio non rientri, a sua volta, nel catalogo dei c.d. reati presupposto di cui al citato Decreto 231, e compatibilità del quarto comma dell’art. 648 ter .1 C.p. con le realtà imprenditoriali.

Brevi osservazioni sull'esclusione della responsabilità amministrativa dell'ente nelle ipotesi in cui il reato presupposto sia commesso da soggetto privo delle qualità di cui all'art. 5, co. 1°, lett. a) e b), d.lgs. 231/2001 (Trib. Pavia, 26 aprile 2018)

La vicenda giudiziaria in esame trae origine da un caso di infortunio sul lavoro per mancata attuazione e adeguamento delle misure di sicurezza nell'esecuzione di un contratto d'appalto di servizi. In particolare, con la sentenza in commento il Tribunale di Pavia in composizione monocratica ha escluso, ex art. 66 d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, la responsabilità amministrativa della società appaltante perché il reato colposo presupposto è stato commesso da soggetto che non riveste la qualità di cui all'art. 5, co. 1°, lett. a) e b) d.lgs. 8 giugno 2001 n. 231. Per converso lo stesso giudice ha ritenuto provata la responsabilità penale a titolo di colpa dell'amministratore della società appaltatrice, affermando per l'effetto la responsabilità amministrativa dell'ente ai sensi degli artt. 5, co. 1°, lett. a), 9, 25 septies d.lgs. 231/01.

L’interesse ed il vantaggio quali criteri oggettivi di ascrizione della responsabilità dell’Ente in un caso di truffa c.d. a consumazione prolungata commessa dal legale rappresentante di una S.p.A. (Cass.Pen. Sez. II, 5 ottobre 2017 n. 295)

Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione ha dichiarato l’inammissibilità dei ricorsi presentati dal legale rappresentante di una S.p.A. e dalla medesima Società avverso la decisione (a sua volta confermativa della pronuncia di primo grado) con cui la Corte di Appello di Lecce aveva condannato il primo per truffa aggravata, ex art. 640 bis C.p., e sanzionato la seconda ex artt. 5, comma 1 lett. a), 6 e 24 del D. Lgs. n. 231/2001. Più precisamente, il legale rappresentante era stato tratto a giudizio per aver presentato una domanda per l’ottenimento di alcune agevolazioni finanziarie per le attività produttive, inducendo in errore la banca concessionaria mediante la presentazione (per quanto si apprende dalla motivazione) di fatture false e di una falsa rendicontazione delle spese sostenute e così procurando alla Società l’ingiusto profitto consistito nell’erogazione di alcune anticipazioni sul finanziamento.

L’inammissibilità della costituzione di parte civile nel processo a carico degli enti del “MOSE” di Venezia (GUP Venezia, ord. 27 settembre 2017)

Con l’ordinanza in commento il G.u.p. presso il Tribunale di Venezia ha accolto la richiesta formulata dalle difese di alcuni enti imputati ai sensi del D.Lgs. n. 231/01 nell’ambito del noto procedimento “MOSE” , rigettando la richiesta di costituzione di parte civile di alcuni enti pubblici nei confronti dei predetti enti imputati.

Applicabilità della sospensione del procedimento con messa alla prova alle persone giuridiche (Trib. Mi, ord. 27.03.2017)

Il Tribunale di Milano si pronuncia sull’applicabilità dell’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova alle persone giuridiche e rigetta l’istanza poiché avendo, tale istituto, natura (anche) sanzionatoria, una sua applicazione in tale contesto per via analogica costituirebbe una violazione del principio costituzionale di riserva di legge (art. 25 Cost.).

Non punibile l’ente per deposito incontrollato di rifiuti (Trib. Rimini, sent. 28 marzo 2017)

Ritenendo che la contestazione ascritta al responsabile del cantiere dell’ente ed alla persona giuridica avesse ad oggetto la condotta di deposito incontrollato di rifiuti, prevista all'art. 256, comma 2, del T.U. Ambiente, e non la diversa norma – formalmente contestata - di cui al primo comma del medesimo articolo, il Tribunale di Rimini ha escluso la responsabilità da reato della persona giuridica, in quanto l’art. 25- undecies del d.lgs. 231/2001 non prevede tra i reati presupposto la contravvenzione di deposito incontrollato di rifiuti.

Il rapporto tra il requisito di interesse o vantaggio di cui all'art. 5 D. Lgs. 231/2001 e i reati colposi (Trib. Mi, sent. 15 ottobre 2015)

La sentenza in esame ha ritenuto sussistente la responsabilità amministrativa di una società che ha ricevuto in appalto lo svolgimento di talune lavorazioni all’interno degli edifici di proprietà della persona giuridica committente, in seguito ad un evento lesivo occorso ad un dipendente della prima che avveniva per effetto della caduta al suolo da un’altezza di sei metri, mentre l’infortunato si trovava su un trabattello montabile, ribaltatosi a causa del movimento di un carroponte – di proprietà dell’azienda committente – che lo colpiva. L’ente, in particolare, è stato tratto a giudizio e ritenuto responsabile dell’illecito amministrativo di cui all' art. 25 septies D. Lgs. n. 231/2001 per avere – in assenza di un modello organizzativo – realizzato un vantaggio, dipendente dal mancato rispetto della disciplina vigente in materia di coordinamento tra più società coinvolte in una medesima attività, in vista di un più rapido adempimento del lavoro da svolgere. La società imputata – esecutrice dell’appalto (l’altra ovvero quella che ha commissionato i lavori ha definito la propria posizione con sentenza di applicazione della pena), all’esito del giudizio abbreviato, è stata condannata alla sanzione amministrativa pecuniaria di euro 21.500,00, tenuto conto sia della riduzione accordata per il riconoscimento della sussistenza dell’attenuante di cui all’art. 12, co. 1, lett.a) D. Lgs. n. 231/2001, sia della diminuente per il rito.

Sequestro preventivo, natura obbligatoria della confisca ex art. 19 d. lgs. 231/2001, procedura fallimentare a carico dell’ente e tutela dei creditori in buona fede. Legittimazione ad agire del curatore.

La sentenza in commento affronta il delicato problema del rapporto tra i sequestri penali e la procedura fallimentare. A causa di un perdurante silenzio del legislatore, la Cassazione – a più di dieci anni dalla precedente sentenza pilota “ Focarelli ” del 2004 – torna sul problematico equilibrio tra gli istituti, poiché, se da un lato il sequestro penale è espressione della pretesa punitiva dello Stato, dall’altro lato vengono in rilievo interessi di altissimo rango, quali le garanzie dei creditori del fallito, che trovano inevitabile pregiudizio a fronte della misura ablativa statuale che, a seconda dei casi, finisce per privare una parte, o addirittura la totalità, della massa attiva fallimentare.