È davvero precluso all’ente imputato ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001 costituirsi parte civile nel procedimento penale a carico delle persone fisiche asseritamente autrici del reato c.d. presupposto (Trib. Milano, Sez. II, ord. 06.04.2017)?

Trib. Milano, Sez. II, ordinanza 06.04.2017

*** *** ***

Oggetto del provvedimento

Con l’ordinanza in commento i Giudici milanesi tornano ad esprimersi sulla controversa questione relativa alla possibilità per l’ente imputato ex D.Lgs. n. 231/01 di costituirsi parte civile nei confronti dei soggetti apicali asseritamente autori del reato c.d. presupposto.

Nel caso specifico un istituto di credito, in relazione ai reati di cui agli articoli 2622 e 2638 C.C. e 185 TUF era chiamato a rispondere del relativo illecito ammnistrativo ai sensi del decreto legislativo 231/2001 e aveva definito la propria posizione all’interno del processo con sentenza di patteggiamento; ora pretendevadi costituirsi parte civile nel giudizio dibattimentale a carico degli asseriti autori dei fatti reato (suoi apicali, pare di capire, all’epoca dei fatti).

*** *** ***

Contenuto del provvedimento

Il Collegio, richiamando il dato ermeneutico (Cass. Pen., Sez. VI, 06.02.2009 n. 19764; Gup Milano, ord. dd. 09.07.2009), ha concluso per l’impossibilità per l’ente di costituirsi parte civile nel procedimento penale a carico dei propri apicali.

La ragione risiederebbe nell’assenza di legitimatio ad causam della persona collettiva, la quale concorrerebbe - con un fatto che si inquadra nel paradigma penalistico della responsabilità concorsuale[1]- nel delitto c.d. “presupposto”, commesso da soggetti che abbiano agito per suo conto, a suo interesse o vantaggio e per sua inadeguatezza organizzativa a prevenire la commissione di reati del tipo di quello verificatosi.

Ciò si sostanzierebbe in una vera e propria incompatibilità di posizioni per l’ente[2], il quale, in ordine al medesimo fatto criminoso, si troverebbe imputato ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001, da un lato,asseritamente danneggiato, dall’altro: “…[…] Data la convergenza di responsabilità della persona fisica e di quella giuridica e avuto riguardo all’unicità del reato come “fatto” riferibile ad entrambe, deve trovare applicazione il principio solidaristico che informa lo schema concorsuale..”; pertanto, “..[…] nel caso in cui si ritenesse la esistenza di una sua legittimazione attiva alla costituzione di parte civile, l’ente finirebbe con il dolersi e pretendere il risarcimento da quei soggetti legittimati ad agire in nome e per suo conto che hanno posto in essere la condotta imputata anche a vantaggio e nell’interesse dell’ente medesimo nell’ambito di un rapporto criminale che l’ultima pronuncia della Suprema Corte sopra riportata[3] ha definito sostanzialmente concorsuale nel medesimo reato..”.

*** *** ***

Collegamenti con altre pronunce

Si tratta di argomento complesso su cui si sono pronunciati più volte sia i giudici di legittimità che i giudici di merito.

Occorre evidenziare che in dottrina e giurisprudenza non vi è univocità circa l’oggetto della responsabilità dell’ente, trattandosi di stabilire, nell’ambiguità della normativa, se quest’ultimo sia chiamato a rispondere del medesimo illecito commesso dalla persona fisica nell’ambito di una fattispecie a concorso necessario oppure di un illecito autonomo che non s’identifica con il reato-presupposto, che semmai ne costituisce un requisito, distinguendosi l’illecito dell’ente per ulteriori elementi costitutivi.

Infatti, se da una parte la giurisprudenza di legittimità ha sostenuto la tesi concorsuale circa la natura del rapporto tra responsabilità dell’ente e responsabilità dell’individuo[4], statuendo che quello tra ente ed individuo sarebbe invero non solo un concorso, ma un concorso necessario, in quanto, sul piano sia oggettivo che soggettivo, per la responsabilità della persona giuridica occorre comunque che un reato-presupposto sia stato commesso dalla persona fisica, questa non costituisce l’unica tesi avallata dalla Corte di Cassazione.

Dall’altra parte troviamo, infatti, giurisprudenza più recente che, per escludere la costituzione di parte civile nei confronti dell’ente imputato ex D.Lgs. 231/2001, si è invece orientata nel senso di individuare una fattispecie a struttura complessa nell’ambito della quale l’illecito amministrativo non si identifica con il reato commesso dalla persona fisica, ma semplicemente lo presuppone[5] essendo “la persona giuridica … chiamata a rispondere non del reato, bensì di un autonomo illecito inidoneo a fondare una altrettanto autonoma pretesa risarcitoria”. La Corte ha altresì precisato come la mancata disciplina dell’istituto nell’ambito del D.Lgs. n. 231/2001 non costituisca una lacuna, bensì la conseguenza di una consapevole e legittima scelta operata dal legislatore[6][7][8][9].

Questa distinzione tra i due illeciti viene altresì ribadita nell’ordinanza GUP Milano[10]dd. 17.04.2012, nella quale viene evidenziato che l’illecito amministrativo dipendente da reato è strutturalmente distinto dal reato stesso, che pure ne costituisce il presupposto, ma se ne distingue per ulteriori elementi costitutivi. Il reato, dunque, “è commesso esclusivamente dalla persona fisica; in tale contesto l’ente non è concorrente nel reato, ma autore di una condotta differente e distinta dal medesimo che gli viene oggettivamente imputata non già in base ad un criterio condizionalistico, bensì in base al criterio ascrittivo dell’interesse o del vantaggio qualora il reato sia stato commesso da un soggetto legato da un rapporto funzionale con l’ente”, cosicché il danno, nell’ottica del legislatore, è pur sempre cagionato dal reato e non già dall’illecito amministrativo. Ed ancora, muovendo da tali considerazioni, non sarà applicabile lo schema della responsabilità concorsuale, che, come si è sopra già evidenziato, precluderebbe all’ente la possibilità di costituirsi parte civile nei confronti della persona fisica autore del reato. Al contrario, sulla base di questo ragionamento, il GUP Milano in altra ordinanza[11], ha escluso l’incompatibilità strutturale tra le qualifiche di parte civile e di ente imputato ai sensi del D.Lgs. 231/2001, affermando altresì che “la prospettata aporia tra le qualifiche … è, invero, solo apparente ove si consideri ancora una volta la natura del sindacato giudiziale sulla ammissibilità della costituzione di parte civile, che è inteso a verificare la astratta titolarità delle azioni dedotte e non già a prevenire eventuali contrasti tra giudicati”.

In dottrina ci si è altresì soffermati sugli elementi normativi idonei a dimostrare la compatibilità delle ricostruzioni prospettate dalla giurisprudenza e, con riferimento alla logica dell’autonomia dei due illeciti, si rinvia al “ricorso alle locuzioni illecito commesso dall’ente (artt. 15, co.2 e 20), illecito (amministrativo) dipendente da reato [artt. 10, 36, 38, 39, 43, co. 2, 44, lett. a), 45, 55, 59, co. 2, 60, 61, co. 2, 71, co. 3, 72 e 81] o reato da cui dipende l’illecito amministrativo [artt. 39 o 44, co.1, lett. a)]; l’indicazione del collegamento tra responsabilità dell’ente e reato non mediante l’uso della preposizione “per” ma con l’inciso “in relazione al” (artt. 2, 3, 4, 8, 13, 16, 21, 24, 25, 26 e 31); l’impossibilità per la persona offesa di opporsi alla archiviazione disposta nei confronti dell’ente direttamente dal pubblico ministero ai sensi dell’art. 58, D.Lgs. n. 231 del 2001”. Ancora, si sono mosse critiche con riferimento all’inquadramento in ambito concorsuale cui conduce la tesi dell’unicità dell’illecito, dal momento che il novum del D.Lgs. n. 231/2001 starebbe proprio nell’aver introdotto una fattispecie ascrittiva eventuale in base alla quale la responsabilità dell’ente risulta, ad un tempo, subordinata al reato realizzato dalla persona fisica ed autonoma da quella di quest’ultima; lo stesso legislatore non sembra aver aderito allo schema concorsuale, che postulerebbe inevitabilmente un’assimilazione tra l’agire umano e quello dell’ente, scegliendo invece di predisporre una normativa ad hoc senza operare richiamo alcuno agli artt. 110 ss. c.p..Parte della dottrina, ancora, individua una mancanza totale dei requisiti del concorso colposo nel reato doloso, in quanto la colpa di organizzazione esprimerebbe la violazione non di regole cautelari direttamente finalizzate a prevenire l’altrui comportamento doloso, ma soltanto di misure a contenuto pianificatorio o progettuale idonee a prevenire il rischio di situazioni nelle quali si possono commettere reati.

La questione della natura della responsabilità dell’ente ex D.Lgs. n. 231/01 è stata ormai risolta nel senso che essa costituisca un tertium genus[12] di responsabilità, non del tutto coincidente né con la responsabilità amministrativa vera e propria, né con la responsabilità penale tout court[13].

Se tutto ciò è vero, dunque, quella “responsabilità cumulativa” dell’individuo e dell’ente collettivo, nell’ambito della criminalità d’impresa, non può essere identificata con la figura tecnica del concorso di persone, fisica e giuridica, nel medesimo reato (art. 110 c.p.), bensì con un meccanismo tale per cui, posta la commissione di un fatto reato ad opera di determinati individui, a determinate condizioni (soggettive e oggettive) affiori una responsabilità ulteriore e di altro tipo, una responsabilità collaterale, autonoma, diretta, personale (art. 27 D.Lgs. n. 231/01) e diversa dell’ente, che risponde col proprio patrimonio nei confronti dello Stato per un fatto suo proprio, costituito dalla inefficienza organizzativa a prevenire il reato c.d. presupposto.

Certamente l’ente può beneficiare di una riduzione della sanzione pecuniaria, allorquando -per esempio- il danno patrimoniale cagionato sia di particolare tenuità, ovvero se l’ente risarcisca integralmente il danno o elimini le conseguenze dannose o pericolose del reato (art. 12), ma tali istituti, lungi dal voler essere espressione di una corresponsabilità dell’ente per il fatto reato, siano previsti unicamente a titolo premiale per la persona collettiva, la quale abbia rimosso ovvero si sia adoperata per rimuovere o attenuare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dall’illecito penale (illecito commesso esclusivamente da persone fisiche qualificate e diverso dall’illecito 231 dell’ente).

La ratio della responsabilità da reato degli enti introdotta col D.Lgs. n. 231 risiede nell’esigenza di promuovere ed incentivare un’organizzazione virtuosa dell’attività d’impresa, la quale si renda capace di scongiurare la commissione di reati al proprio interno e/o nell’esercizio della propria attività sociale.

Punire la società ai sensi del D.Lgs. 231/01 vuol dire, quindi, in un’ottica retributiva, sanzionare l’ente non virtuoso, che non si sia attrezzato adeguatamente a prevenire la commissione di reati al suo interno; in un’ottica preventiva, incentivare l’adozione e l’efficace attuazione di un modello di organizzazione aziendale atto a ridurre il più possibile il rischio reati (risponde a tale logica la previsione dell’efficacia esimente dell’adozione ed efficace attuazione di un idoneo modello di organizzazione, gestione e controllo).

Dunque, l’ente può ritenersi responsabile ai sensi del D.Lgs. 231 perché non si sia adeguatamente organizzato a scongiurare il crimine commesso a suo interesse o vantaggio; non si punisce l’ente per il fatto reato in sé, perché l’ente abbia concorso, quale correo delle persone fisiche, nella commissione del medesimo.

L’ente risponde per l’illecito 231e l’illecito 231 è un illecito senza vittima, che determina esclusivamente la pretesa punitiva dello Stato (e, indirettamente, aspira ad incentivare la adozione, efficace attuazione o revisione di un Modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi).

In questo sistema di “responsabilità complessa”, chi assume di aver patito conseguenze dannose immediate e dirette dalla commissione del fatto criminoso può costituirsi parte civile unicamente nel procedimento penale a carico delle persone fisiche asseritamente autrici del reato ed esclusivamente nei confronti di questi soggetti (salva la possibilità di chiedere in quel procedimento penale la citazione dell’ente, quale responsabile civile del fatto proprio dei suoi dipendenti, a norma degli artt. 185 comma II c.p. e 2049 c.c., indipendentemente ed a prescindere da una sua imputazione per responsabilità 231).

Si è parlato[14] dell’inesistenza di un danno da porre ad oggetto di un’eventuale domanda risarcitoria nei confronti dell’ente imputato ex D.Lgs. 231/01, pena la possibilità concreta di correre il rischio di una duplicazione del risarcimento, in caso di coincidenza del danno del reato col danno dell’illecito dell’ente[15][16].

Le motivazioni di cui all’ordinanza in commento destano quindi più di una perplessità: se davvero l’ente imputato ex D.Lgs. 231 fosse concorrente nel reato perpetrato dalle persone fisiche, per il principio solidaristico che informa lo schema concorsuale, non vi sarebbe ragione per non ritenere che anche in capo all’ente si configuri l’obbligazione risarcitoria ex art. 2043 c.c., per il fatto reato proprio - a questo punto- anche della persona collettiva[17] .

Senonché la pronuncia[18]della Suprema Corte invocata dal Collegio milanese parte da una premessa indubbia, secondo cui “..nell’ambito della criminalità d’impresa, v’è responsabilità cumulativa dell’individuo e dell’ente collettivo…: il nesso tra le due responsabilità, quella della persona fisica e quella dell’ente, pur non identificandosi con la figura tecnica del concorso, ad essa è equiparabile, in quanto da un’unica azione criminosa scaturiscono una pluralità di responsabilità. Il sistema tratteggiato dal legislatore con il D.Lgs. n. 231 del 2001, presuppone la responsabilità penale individuale, che non rimane assorbita dalla persecuzione diretta della corporate criminality..”, ma a ciò si fa seguire - con quello che potrebbe suonare come contraddizione del postulato stesso - che sarebbe “proprio la condotta della persona fisica, posta in essere nell’interesse o a vantaggio dell’ente, a determinare l’estensione a questo della responsabilità per il reato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio..” (sulla natura non penale della responsabilità 231 dell’ente si è già detto).

Che il reato sia stato commesso dalla persona fisica nell’interesse o a vantaggio dell’ente non determina l’estensione della responsabilità in capo alla società per l’illecito penale commesso, quanto costituisce la condicio sine qua non perché possa ravvisarsi una responsabilità di altro genere della persona collettiva per la commissione dell’illecito c.d. 231 (e non già per la commissione del reato).

A ben vedere, quella sentenza della Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi - giova ricordarlo - su un sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente disposto tanto a carico degli indagati quanto a carico della società indagata per responsabilità 231, conclude per la condivisibile legittimità della medesima misura cautelare reale così “duplicemente” disposta (purché, all’evidenza, il vincolo cautelare d’indisponibilità non ecceda, nel complesso, il valore del profitto del reato). La ragione della bontà di tale conclusione risiede, quindi, non tanto nella configurabilità di uno schema concorsuale in ordine al medesimo fatto, cui sarebbero riconducibili le responsabilità delle persone fisiche e dell’ente, quanto nella indubbia unicità del profitto derivato dal reato commesso, di cui abbia goduto anche l’ente, ma non trascurando che tale unicità del profitto del reato non implichi necessariamente unicità di responsabilità, correità, unicità o medesimezza dell’illecito[19].

Va fatto un passo ulteriore per entrare nel vivo del quesito che dà il titolo al presente contributo.

Abbiamo detto che l’ente imputato ex D.Lgs. 231/01 può risarcire il danno derivato dal reato, in luogo delle persone fisiche (salvo esservi obbligato sotto la diversa veste di responsabile secondo le leggi civili). Abbiamo, ancora, detto che l’ente, nel cui interesse o vantaggio il reato sia stato commesso, può subire il sequestro finalizzato alla confisca, anche per equivalente, ovvero subisce la confisca stessa del prezzo o del profitto del reato, in caso di condanna. Il reato soltanto può determinare conseguenze dannose immediate e dirette che giustifichino una pretesa risarcitoria.

Ciò premesso, se solo le persone fisiche autrici del reato c.d. presupposto e i responsabili civili (tra cui anche l’ente, a prescindere ed indipendentemente da una sua imputazione ai sensi del D.Lgs. 231) debbano rispondere, in solido tra loro, dei danni derivati dal reato sofferti dai terzi, ci si chiede se davvero il reato sia idoneo strutturalmente a determinare conseguenze dannose immediate e dirette, dunque risarcibili, solo in capo a soggetti ‘terzi danneggiati’, e non anche in capo all’ente imputato per responsabilità amministrativa derivante da quel reato.

Se l’ente risponde di un illecito 231 derivante dal reato, in via ultronea e diversa, secondo logiche di sistema differenti da quelle secondo cui rispondano di un reato le persone fisiche, può residuare, in astratto, un ruolo quale danneggiato dal reato presupposto, dell’ente pur imputato ai sensi del Decreto legislativo n. 231/01?

La risposta non può che essere positiva, non delineandosi in capo all’ente profili di incompatibilità strutturale in senso stretto tra il ruolo di imputato per l’illecito amministrativo derivato dal reato presupposto e il ruolo di danneggiato da quel medesimo reato[20].

Si pensi, a titolo meramente esemplificativo, al danno c.d. d’immagine che l’ente ritenga di aver sofferto in conseguenza della commissione dell’illecito penale doloso da parte dei suoi apicali, in assenza di un proprio adeguato assetto organizzativo, nel proprio interesse o vantaggio; laddove la prospettazione contenuta nell’atto di costituzione di parte civile dell’ente delinei sufficientemente sia le ragioni giustificative della domanda che il petitum, ai sensi dell’art. 78 c.p.p., si ritiene che il Giudice debba ammettere la costituzione.

In questo senso si possono di recente rinvenire varie aperture giurisprudenziali:

  • alla luce della diversità strutturale degli illeciti e dei relativi procedimenti di accertamento non vi è quindi alcun motivo per escludere, in radice, che l’ente possa essere sanzionato in via amministrativa e nel contempo essere titolare di una pretesa risarcitoria derivante dal danno patito in conseguenza della condotta delittuosa (tenuta dalle persone fisiche che hanno svolto al suo interno ruoli di rappresentanza, direzione o amministrazione); d’altro canto, la possibile coesistenza di una duplicità di posizioni giuridiche all'interno del processo è pacificamente ammessa pure a fronte della perpetrazione da parte dell'ente di un illecito civile, laddove si ammette pacificamente che l’ente medesimo possa assumere contestualmente la posizione di responsabile civile e parte civile nel medesimo procedimento[21];
  • infine, in relazione alla pretesa incompatibilità delle due diverse posizioni processuali assunta dall’ente nel presente procedimento e dedotte dalla difesa di C. le contestazioni mosse agli imputati e all'ente sono formalmente distinte; seppure il reato contestato all'ente contiene il richiamo ai reati presupposti contestati agli imputati C. e S. , non si ravvisa alcuna incompatibilità processuale analogamente a quanto avviene nei procedimenti a carico di imputati per reati consumati reciprocamente gli uni in danno degli altri[22].

Le ordinanze da ultime citate vanno all’evidenza in direzione contraria a quella sostenuta dal Tribunale di Milano e potranno chiarire ulteriori questioni aperte in ordine alla concreta difficoltà per l’ente imputato 231 di provare il danno prospettato, diverso ontologicamente dall’interesse o dal vantaggio conseguito, il quantum del danno, il nesso di consequenzialità immediato e diretto, ai sensi dell’articolo 1223 C.C., tra il pregiudizio lamentato e il fatto reato presupposto della propria responsabilità, per il quale si procede nei confronti degli apicali.

Non resta che da chiedersi se in luogo di una non del tutto convincente responsabilità concorsuale dell’ente nella commissione del reato non sarebbe auspicabile che invece sia il giudice a valutare caso per caso, ente per ente, le ragioni prospettate in concreto dal soggetto collettivo per la propria costituzione in giudizio quale parte civile.

         Avv. Paolo Demattè (Foro di Trento)

         Dott.ssa Camilla Chini ( Foro di Trento)

                 

Riferimenti

 


[1]Cass. Pen., SS.UU., 27.03.2008, n. 26654.

[2] La incompatibilità sarebbe, in questo senso, “strutturale” e scatterebbe per l’ente già con la semplice assunzione della veste di imputato ai sensi del D.Lgs. n. 231/01.

[3] Il riferimento è a Cass. Pen., 06.02.2009, cit.

[4] Vedi nota 1.

[5]Cass. Pen., Sez. VI, 5 ottobre 2010, Atzori ed altri, in Dir. pen. proc., 2011, pagg. 431 e ss.

[6] Valsecchi, Sulla costituzione di parte civile contro l’ente imputato ex D.Lgs. 231/01: perché risulta più convincente l’orientamento contrario all’applicazione dell’istituto nel ‘sistema 231’, in Diritto Penale Contemporaneo Web, 29 ottobre 2010.

[7]Pulitanò, La responsabilità “da reato” degli enti: i criteri d’imputazione, in Riv. it. dir. proc. pen., 2002, pag. 420.

[8]Trib. Torino, ord. 02.10.2008.

[9]Cass. Pen.,Sez. VI, 5 ottobre 2010, Atzori ed altri, in Dir. pen. proc., 2011, pagg. 431 e ss. sulla ‘voluta’ mancata previsione da parte del legislatore della costituzione di parte civile nel sistema 231.

[10] Ordinanza dd. 17.04.2012 GUP Tribunale Milano, dott. Ghinetti.

[11]Ordinanza dd. 11.06.2010 GUP Tribunale Milano, dott. D’Arcangelo.

[12]Cass. Pen., SS.UU., 18.09.2014, n. 38343. Nella stessa Relazione al Decreto Legislativo n. 231/2001 si era, d’altronde, scritto della “nascita di untertiumgenusdi responsabilità che coniuga i tratti essenziali del sistema penale e di quello amministrativo nel tentativo di contemperare le ragioni dell’efficacia preventiva con quelle, ancor più ineludibili, della massima garanzia..”.

[13] Si pensi, per esempio, al diverso regime del sistema della prescrizione dell’illecito c.d. “amministrativo” ex D.Lgs. 231/01, assolutamente coerente alla natura non penale della responsabilità della persona collettiva, che “..si fonda su un illecito amministrativo e la circostanza che tale illecito venga accertato nel processo penale, spesso unitamente all’accertamento del reato posto in essere dalla persona fisica, non determina alcun mutamento della sua natura..” (cosìCass. Pen. 10.11.2015 - dep. 07.07.2016, n. 28299).

[14] Valsecchi, Sulla costituzione di parte civile contro l’ente imputato ex D.Lgs. 231/01, cit.; dubbi analoghi si è posto Pistorelli, La problematica costituzione di parte civile nel procedimento nel procedimento a carico degli enti: note a margine di un dibattito forse inutile, in La resp. amm. delle soc. e degli enti, 2008, n. 3, pag. 104; così anche Bricchetti, Cautele di natura patrimoniale già assicurate dal codice di procedura, in Resp. e risarc., 2008, n. 5, pagg. 14 e ss..

[15] Grosso, Sulla costituzione di parte civile nei confronti degli enti collettivi chiamati a rispondere ai sensi del d. lgs. 231/2001 davanti al giudice penale, in Riv. it, dir. proc. pen., 2004, pagg. 1335 e ss..

[16] Si rifletta anche sulla previsione normativa di cui all’art. 54 D.Lgs. 231, che consente la richiesta del Pubblico Ministero di sequestro conservativo nei confronti dell’ente nell’unico caso in cui vi sia fondata ragione di ritenere che manchino o si disperdano le garanzie per il pagamento della sanzione pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma dovuta all’erario dello Stato, analogamente dunque alla previsione di cui all’art. 316 comma I c.p.p., con esclusione di previsione normativa analoga a quella dell’ipotesi di cui all’art. 316 comma II c.p.p..

[17] Conclude per l’inammissibilità della costituzione di parte civile contro l’ente imputato ex D.Lgs. 231 Cass. Pen., Sez. VI, 05.10.2010, n. 2251. In dottrina e giurisprudenza di merito, rispettivamente, vedasi la disamina contenuta in Rivista231.it, Circolare 231 n. 4 - anno 2017, pagg. 12 e 13, id est:VARRASO, L’"ostinato silenzio" del d.lgs. n. 231 del 2001 sulla Costituzione di parte civile nei confronti dell'ente ha un suo "perché", in Cass. Pen., 2001, 2539; BALDUCCI, La Corte di Cassazione prende posizione sulla costituzione di parte civile nel processo a carico dell'ente, in Riv. Trim. Dir. Pen. Ec., 2011, 1121; VARANELLI, La Cassazione esclude l'ammissibilità della costituzione di parte civile nei confronti degli enti, in Soc., 2011, 571; ARIOLLI, Inammissibile la costituzione di parte civile nel processo instaurato per l'accertamento della responsabilità da reato dell'ente, in Giust. Pen., 2011, III, 257; MUCCIARELLI, Il fatto illecito dell'ente e la costituzione di parte civile nel processo ex d.lgs. n.231/2001, in Dir. Pen. Proc., 2011, 431; SANTORIELLO, La parte civile nel procedimento per la responsabilità degli enti, in Giur. It., 2011, 1383; PISTORELLI, Inammissibile per la Corte di cassazione la costituzione di parte civile nei processi a carico degli enti, ibidem, 1385; BRICCHETTI, La persona giuridica non risponde del reato ma di un illecito inidoneo per il risarcimento, in Guida dir., 2011, 9, 52; VALSECCHI- VISANO', Secondo la Corte di Giustizia UE, l'inammissibilità della costituzione di parte civile contro l'ente imputato ex d.lgs. 231/01 non è in contrasto col diritto dell'Unione, in www.dirittopenalecontemporaneo.it; Magliocca, La costituzione di parte civile nel processo de societate, questione definitivamente risolta?, in Arch. pen., 2011, 284; GROSSO, Sulla costituzione di parte civile nei confronti degli enti collettivi chiamati a rispondere ai sensi deld.lgs. n. 231 del 2001 davanti al giudice penale, in Riv. R. Dir. Proc. Pen., 2004, 4, 1335; VARANELLI, La questione dell'ammissibilità della pretesa risarcitoria nel processo penale nei confronti degli enti. Disamina aggiornata della giurisprudenza, in Resp. Amm. Soc. Enti, 2009, 3, 159; BERLTRAMI, L'inammissibilità della costituzione di parte civile in danno dell'ente al vaglio della corte di Giustizia UE, ivi, 2013, 1, 213; VIGNOLI, La controversa ammissibilità della costituzione di parte civile nei confronti dell'ente imputato, ivi, 2006, 3, 28; PANASITI, Spunti di riflessione sulla legittimazione passiva dell'ente nell'azione civile di risarcimento, ivi, 2007, 1, 95; SANTORIELLO, La costituzione di parte civile nel processo contro gli enti collettivi: le decisioni della cassazione e della corte di giustizia segnano un punto di approdo solo parziale?, ivi, 2013, 4, 19); ordinanze GUP Torino, Dott. Moroni, 24 luglio 2008, processo IFIL Investimets S.A. e Giovanni Agnelli & C S.a.az; GUP Torino 21 ottobre 2008 Est. Gianfrotta, proc. Tyssen; GUP Milano, Dott. Zamagni, 26 gennaio 2009, Equitalia -Esatri; GUP Milano Dott. Clivio, 27 febbraio 2009, Fondazione Centro San Raffaele, tutte pubblicate in www.rivista231.it; Tribunale Milano, 9 marzo 2004, in Foro IL, 2004, Il, c. 435; ordinanza GUP Torino, 13 novembre 2004, inedita; ordinanza GUP Milano, dott. Sacconi, 25 gennaio 2005, inedita; Tribunale Milano, sez. X, 20 marzo 2007, inedita; Tribunale Milano, sez. I, 19 dicembre 2005, inedita; ordinanza GUP Milano, dott.Varanelli, 18 gennaio 2008, in Soc., 2009, 1031; edita; Tribunale Milano, sez. II, 18 aprile 2008, inedita; Tribunale Milano, sez. IV, 10 giugno 2008, inedita; Tribunale Milano, sez. II, 20 novembre 2008, inedita; ordinanza GUP Milano, dott. Corte, 26 marzo 2009, inedita), pur non mancando interventi di segno contrario (Cfr. ordinanza GUP Milano dott. Giordano del 5 febbraio 2008, proc. Enipower pubblicata su www.rivista 231.it; ordinanza GUP Torino Salvadori, 12 gennaio 2006 pubblicata su www.rivista 231.it; ordinanza GUP Milano, dott. Panasiti, 9 luglio 2009, inedita.

[18]Cass. Pen., n. 19764/2009, cit..

[19] Diversamente da quanto accade per il sequestro conservativo, la previsione di cui all’art. 53 D. Lgs. 231/01 in materia di sequestro preventivo finalizzato alla confisca di cui all’art. 19 è analoga a quella di cui all’art. 321 c.p.p..

[20] Si veda ordinanza citata a nota 7.

[21] Sulla ammissibilità della costituzione di parte civile dell’ente imputato 231, ord. Trib. Venezia, ord. 19.05.2016, che così motiva l’ammissione: “..la sottoposizione dell’ente ad un procedimento diretto all’eventuale irrogazione di una sanzione ex d.lgs. 231/2001 – in relazione ai reati per i quali si procede nei confronti delle persone fisiche organicamente immedesimate in esso – non possa considerarsi di per sé incompatibile con l’acquisizione in capo all’ente medesimo della qualifica di parte civile. Sul punto, infatti tanto la giurisprudenza costituzionale quanto quella di legittimità, hanno avuto modo di osservare come la responsabilità delineata dal d.lgs. 231/2001(sia essa da ricondurre, secondo l’opinione che pare prevalere, ad una ipotesi di responsabilità amministrativa, ovvero ad una sorta di tertiumgenus) non possa essere qualificata in termini di responsabilità penale, con conseguente radicale impossibilità di ricondurre la posizione dell’ente a quella di coimputato della persona fisica, ovvero di imputato in un procedimento connesso o collegato. E ciò in ragione della natura strutturalmente diversa non solo degli illeciti contestati e delle relative sanzioni, ma anche dei procedimenti finalizzati all’irrogazione delle sanzioni medesime.Sotto tale ultimo profilo non può che evidenziarsi come per la responsabilità dell'ente debbano ricorrere, oltre al presupposto costituito dalla realizzazione di alcune specifiche tipologie di reati, ben altri requisiti e condizioni; alcune di carattere positivo (la riconducibilità del reato all'iniziativa di una persona fisica che ne abbia la rappresentanza) direzione o amministrazione; la circostanza che il reato sia, commesso nell'interesse o a vantaggio dell'ente), altre di carattere negativo (il fatto che le persone fisiche abbiano agite nell'interesse esclusivo proprio o di terzi; la predisposizione di modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire i reati in concreto verificatisi; l'affidamento della vigilanza sul funzionamento e l'osservanza di tali modelli ad un organismo di vigilanza dotato di poteri autonomi di iniziativa e controllo; il fatto che la perpetrazione del reato sia avvenuta violando tali modelli). E tali requisiti dovranno essere accertati nell'ambito di un procedimento disciplinato dal d.lgs 231/01, con applicazione sussidiaria delle norme del codice di procedura penale solo laddove compatibili.

Alla luce della diversità strutturale degli illeciti e dei relativi procedimenti di accertamento non vi è quindi alcun motivo per escludere, in radice, che l'ente possa essere sanzionato in via amministrativa e nel contempo essere titolare di una pretesa risarcitoria derivante dal danno patito in conseguenza della condotta delittuosa (tenuta dalle persone fisiche che hanno svolto al suo interno ruoli di rappresentanza, direzione o amministrazione); d'altro canto, la possibile coesistenza di una duplicità di posizioni giuridiche all'interno del processo è pacificamente ammessa pure a fronte della perpetrazione da parte dell'ente di un illecito civile, laddove si ammette pacificamente che l'ente medesimo possa assumere contestualmente la posizione di responsabile civile e parte civile nel medesimo procedimento.

[22]ord. Trib. Modenadd. 22.06.2016“ …Quanto alla legittimazione sotto il profilo sostanziale, va rigettata la eccezione della difesa di S. in ordine al difetto di legittimazione passiva dell'imputato in quanto la prospettazione contenuta nell'atto di costituzione di parte civile è sufficiente a di dare sia le ragioni della domanda che il petitum e pertanto in tale fase processuale della costituzione, anche nei suoi confronti si ritiene ammissibile. Infine, in relazione alla pretesa incompatibilità delle due diverse posizioni processuali assunta dall'ente nel presente procedimento e dedotte dalla difesa diC. Le contestazioni mosse agli imputati e all'ente sono formalmente distinte; seppure il reato contestato all'ente contiene il richiamo ai reati presupposti contestati agli imputatiC. e S. , non si ravvisa alcuna incompatibilità processuale analogamente a quanto avviene nei procedimenti a carico di imputati per reati consumati reciprocamente gli uni in danno degli altri …”.